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Il peso del bambino è legato al metabolismo dei grassi della madre a inizio gestazione

Secondo uno studio pubblicato su Lancet Diabetes & Endocrinology svolto dai ricercatori del Nuffield Department of Women's & Reproductive Health all'Università di Oxford in collaborazione con i colleghi dell'Università di California a Berkeley, il peso e lo sviluppo neurologico di un bambino nei primi 2 anni di vita potrebbero essere influenzati dal metabolismo del grasso materno nelle prime fasi della gravidanza.

La ricerca delinea già dal quinto mese di gravidanza quali modelli di crescita addominale fetale associati ai metaboliti lipidici materni tracciano l'adiposità e lo sviluppo del neonato nell'infanzia. Questi modelli di crescita fetale sono anche associati al flusso sanguigno e al trasferimento di nutrienti da parte della placenta, dimostrando una complessa interazione tra nutrizione materna e fetale all'inizio della gravidanza, in grado di influenzare il peso postnatale e, in ultima analisi, lo stato di salute in età adulta. I ricercatori, coordinati da José Villar, professore di medicina perinatale presso il Dipartimento di salute delle donne e della salute riproduttiva di Nuffield, hanno monitorato la crescita intrauterina di oltre 3.500 bambini in sei paesi (Brasile, Kenya, Pakistan, Sud Africa, Thailandia e Regno Unito) utilizzando ecografie fetali seriali durante la gravidanza. Hanno inoltre analizzato campioni di sangue prelevati dalle donne all'inizio della gestazione e dal cordone ombelicale alla nascita, seguendo poi crescita e sviluppo dei bambini fino al secondo anno di età.

«Questi risultati potrebbero portare a un'identificazione precoce dei bambini a rischio di sovrappeso e obesità, uno dei problemi di salute pubblica globale più urgenti» sottolinea Villar, precisando che lo studio è il primo a identificare, attraverso popolazioni geografiche, la complessa interazione tra metabolismo materno e fetale che regola, all'inizio della gravidanza, lo sviluppo di modelli evolutivi fetali unici associati in modo specifico al peso, all'adiposità e allo sviluppo in età infantile. «Questi dati evidenziano un'associazione tra sviluppo fetale e metabolismo lipidico materno all'inizio della gravidanza, fornendo anche preziose informazioni su come la salute e la dieta della madre possano influenzare l'adiposità del bambino» concludono gli autori.

Lancet Diabetes & Endocrinology 2022. Doi: 10.1016/S2213-8587(22)00215-7
https://doi.org/10.1016/S2213-8587(22)00215-7

Malattie epatiche, dalle statine una nuova speranza di cura

Si pensa che le statine abbiano molteplici azioni benefiche nelle persone con steatosi epatica, ma ci sono poche informazioni su come potrebbero esercitare tali effetti.

 di Rotterdam, suggeriscono che le statine potrebbero ridurre la formazione di goccioline lipidiche e influenzare così l'espressione di importanti geni infiammatori.

Ora i nuovi dati, provenienti dallo 

Per esaminare i possibili benefici delle statine nelle persone con steatosi epatica non alcolica (Nafld) ed esaminare gli effetti delle statine, Ibrahim Ayada e colleghi hanno prima preso i dati di un'ampia coorte prospettica che ha raccolto dati sin dall'inizio anni 90. Sono stati esaminati oltre 4.500 partecipanti e di questi, poco più di 1.000 avevano Nafld.

È stato riscontrato che l'uso di statine è associato a una riduzione di circa il 30% della malattia del fegato grasso, con un odds ratio o 0,72 per la Nafld.

Osservando poi un sottogruppo di pazienti con Nafld comprovata da biopsia, l'uso delle statine è stato associato a una riduzione del 45% della steato-epatite non alcolica (Nash) e del 24% della fibrosi.

Nella seconda parte del loro lavoro, i ricercatori hanno esaminato i potenziali effetti meccanicistici delle statine.

Per fare ciò hanno utilizzato un nuovo modello di organoidi epatici sviluppato per studiare la steatosi epatica e testare potenziali terapie. In questo modello gli organoidi del fegato umano sono esposti al lattato di sodio, piruvato di sodio e acido ottanoico, che inducono la formazione di goccioline lipidiche. L'esposizione degli organoidi alla simvastatina e alla lovastatina ha ridotto la formazione delle goccioline lipidiche.

, professore di medicina metabolica presso l'Università di Glasgow "Lo studio è di tipo trasversale e non può rispondere alla domanda di causalità".

"Per quanto ne so, non ci sono prove solide da ampi studi randomizzati che suggeriscano che le statine riducano le possibilità di NAFLD o migliorino i suoi marcatori surrogati come i livelli di ALT o GGT [gamma-glutamiltransferasi]", ha commentato il Dr 

Naveed

Sattar

Insieme Nafl e Nash costituiscono un onere sanitario significativo e crescente, con circa 64 milioni di persone colpite negli Stati Uniti e 52 milioni di persone in Europa, in aumento con l'aumentare dell'obesità.

"Non riporrei le mie speranze nelle statine per migliorare la salute del fegato" conclude Sattar "Ma i medici dovrebbero sapere che le statine sono sicure nelle persone con Nafld o Nash e non dovrebbero essere loro negate, soprattutto in pazienti con alto rischio di malattie cardiovascolari".

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Effetto della supplementazione di zinco nei bambini di età inferiore a 5 anni sugli attacchi di diarrea: uno studio controllato randomizzato

È stato riscontrato che infezioni ricorrenti e un'immunità debole sono collegate alla carenza di zinco, specialmente nei bambini. L'obiettivo di questo studio è stato quello di misurare il livello di zinco nel sangue nei bambini di età compresa tra 6 mesi e meno di 5 anni e valutare l'effetto di 4 mesi di supplementi giornalieri di zinco sull'incidenza e sulla gravità della morbilità diarroica. Uno studio randomizzato controllato è stato condotto nell'ambulatorio pediatrico dell'ospedale universitario di Ain Shams su 140 bambini di età inferiore ai 5 anni apparentemente sani. È stata effettuata l'assegnazione casuale dei bambini campionati al gruppo che riceveva lo zinco (70 bambini) o al gruppo che riceveva il placebo (70 bambini). Durante il follow-up è stato utilizzato un questionario contenente domande sull'insorgenza di diarrea. È stato misurato lo zinco sierico al basale. L'età media era di 25,26 ± 15,7 mesi. La media dello zinco sierico era di 51,08 μg/dL, con il 70% che aveva un livello basale di zinco sierico basso. L'incidenza cumulativa di diarrea, il numero di episodi di diarrea per bambino e la frequenza delle feci al giorno sono diminuiti significativamente nel gruppo trattato con zinco (P <.05). Il rapporto di rischio è risultato essere 0,79, IC 95%: da 0,64 a 0,97. In conclusione l'incidenza della diarrea e una gravità ridotta nei bambini era riscontrata in coloro che avevano ricevuto zinco ogni giorno per 4 mesi.

Fonte: Yosra S Abd El-GhaffarAhmed Esmat ShoumanSally Adel HakimYasmin Gamal Abdo El GendyMaha Magdy Mahmoud Wahdan Effect of Zinc Supplementation in Children Less Than 5 Years on Diarrhea Attacks: A Randomized Controlled Trial” Glob Pediatr Health. 2022 17;9:2333794X221099266

Livelli di vitamina D e malattia di Parkinson

La malattia di Parkinson (PD) è una malattia neurodegenerativa complessa e progressiva, caratterizzata da tremore a riposo, rigidità, lentezza nei movimenti e instabilità posturale. Inoltre, la malattia di Parkinson è associata ad un ampio spettro di sintomi non motori che si aggiungono alla disabilità generale. Negli ultimi anni, alcune ricerche, dalla scienza di base alle applicazioni cliniche, si sono concentrate sul ruolo della vitamina D nella malattia di Parkinson, con risultati spesso controversi. La vitamina D ha numerosi effetti in diversi processi biologici nel sistema nervoso centrale, inclusa la neurotrasmissione nei circuiti neurali dopaminergici. Vari studi hanno registrato livelli più bassi di vitamina D nei pazienti con malattia di Parkinson rispetto ai controlli sani. Un valore ematico di vitamina D basso è stato anche correlato al rischio di malattia di Parkinson e alla gravità motoria, mentre si sa meno sugli effetti che la vitamina D ha sulla funzione cognitiva e su altri sintomi non motori. Questa revisione è stata effettuata per caratterizzare meglio la correlazione tra vitamina D e malattia di Parkinson, chiarire il ruolo della vitamina D nella prevenzione e nel trattamento della malattia di Parkinson e discutere le strade per la ricerca futura in questo campo.

Fonte: Michela Barichella, Federica Garrì, Serena Caronni, Carlotta Bolliri, Luciano Zocchi, Maria Carmela Macchione, Valentina Ferri, Daniela Calandrella, Gianni Pezzoli “Vitamin D Status and Parkinson's Disease” Brain Sci. 2022 16;12(6):790.

Nati prematuri: con il latte materno migliori risultati scolastici

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I bambini nati prematuri che ricevono maggiori quantità di latte materno, sia durante, sia dopo le cure intensive neonatali, raggiungono migliori risultati scolastici, hanno un quoziente intellettivo più alto e mostrano una riduzione dei sintomi del disturbo di deficit di attenzione/iperattività (ADHD). È quanto osservato da uno studio pubblicato su JAMA Network Open da un team di scienziati guidato da Mandy Belfort, del Brigham and Women’s Hospital di Boston.

Secondo gli autori, i bambini nati prima del normale termine della gravidanza sono a maggior rischio di avere risultati peggiori a livello scolastico, soprattutto in matematica e nella lettura, e sono anche a maggior rischio di ADHD.

Lo studio è durato sette anni e ha coinvolto 586 neonati, nati prima della 33a settimana di gravidanza e valutati, poi, all’età di sette anni. Il team ha anche valutato la dose di latte materno assunta e per quanto tempo i bambini hanno ricevuto il latte.

Nel complesso, i ricercatori americani hanno evidenziato che maggiore era la quantità di latte materno assunto e più elevate erano le performance a livello di quoziente intellettivo e i punteggi raggiunti in matematica e lettura.

I genitori dei bambini che consumavano più latte materno, inoltre, riferivano meno sintomi di ADHD. “Il nostro studio ha evidenziato che ci possono essere benefici a lungo termine a livello del neurosviluppo nel fornire latte materno ai bambini prematuri”, conclude Mandy Belfort.

Fonte: JAMA Network Open 2022

Contatto “pelle a pelle” e allattamento al seno: così si forma un buon microbiota

 a ogni neonato sano, anche quello nato da taglio cesareo, dovrebbero essere garantiti, subito dopo la nascita, il contatto “pelle a pelle” con la propria mamma e l’attacco immediato al seno: queste pratiche, oltre ad apportare indubbi benefici sull’interazione madre-neonato, rappresentano anche un investimento sulla costruzione di un adeguato microbiota. Questo il messaggio che la Società italiana di neonatologia (Sin) ha voluto lanciare lo scorso 27 giugno, in occasione della Giornata mondiale del microbiota.

“La corretta interazione uomo-microbi gioca un ruolo determinante nella salute di ogni individuo”, sottolinea una nota Sin. “Microorganismi si trovano sulla nostra pelle, nella mucosa della bocca, ma anche negli organi interni, come intestino e polmoni e svolgono molteplici funzioni: è conosciuto il loro ruolo essenziale nella digestione, ma il loro contributo è cruciale anche per lo sviluppo del sistema immunitario e per la prevenzione delle infezioni. Sono sempre più forti le evidenze che il microbiota influenzi lo sviluppo del cervello e il benessere psichico, nell’ambito del cosiddetto asse intestino-cervello”.

Il momento fondamentale in cui il neonato inizia questo percorso di costruzione del proprio microbiota, precisa Sin, avviene proprio durante il parto, prosegue durante il contatto pelle a pelle con i genitori e si potenzia nel tempo con l’allattamento al seno materno.

Nel neonato pretermine il percorso è un po’ più difficile. Diversi studi hanno dimostrato che il microbiota di tutti i neonati prematuri è caratterizzato da una minore varietà e questo influisce negativamente sulla salute a lungo termine di questa fragile popolazione.

“Gli Standard assistenziali europei per la salute del neonato ci guidano anche in questa missione: aiutare ogni neonato prematuro a costruirsi un armonioso e ricco microbiota”, prosegue Sin. “Le pratiche in essi fortemente raccomandate, quali la cura sensibile della bocca con cotton fioc imbevuti di latte materno fin dai primi giorni di vita, il contatto pelle a pelle tra neonato e mamma o papà e la promozione dell’allattamento al seno rappresentano strumenti preziosi ed efficaci in questo delicato percorso.

Per tutti i motivi citati, la Sin, attraverso la sua Task force a tutela dei neonati prematuri e dei loro genitori, sente la necessità di condividere e dare risalto ai seguenti Standard:

  • promozione dell’allattamento materno: i neonati vengono alimentati esclusivamente con latte materno durante il ricovero in ospedale e le mamme vengono supportate per potere allattare esclusivamente al seno dopo la dimissione;
  • somministrazione del latte della propria mamma ai neonati pretermine e ai neonati a termine malati: le mamme sono incoraggiate e sostenute nel fornire il loro latte ai propri neonati;
  • cura della bocca: ai bambini viene fornita un’adeguata cura della bocca, nel rispetto dei bisogni individuali, con colostro o latte materno;
  • contatto pelle a pelle precoce e prolungato: il contatto pelle a pelle tra mamma, o papà, ed il proprio bambino viene iniziato il prima possibile e proseguito in maniera continuativa.

Dieta e idratazione: consigli degli esperti per affrontare le alte temperature

Seguire un’alimentazione sana ed equilibrata ricca di vegetali e frutta; garantire una buona idratazione e un corretto equilibrio idro-salino; quando opportuno, assumere alimenti ricchi di antiossidanti attraverso la dieta o integratori alimentari utili a contrastare problemi di circolazione.

Queste le tre semplici regole per combattere il caldo estivo diffuse nei giorni scorsi dagli esperti dell’Osservatorio di Integratori & Salute, l’associazione nazionale rappresentativa del settore degli integratori alimentari.

In un documento, vengono riassunti alcuni consigli chiave. Di fondamentale importanza è garantire una buona idratazione, bevendo almeno 1,5-2 litri al giorno o anche di più se si suda molto, e un corretto equilibrio idro-salino. I sali minerali, potassio e magnesio in particolare, svolgono un ruolo fondamentale nel nostro organismo come la regolazione della contrattilità muscolare, compresa quella del cuore. Le temperature molto elevate fanno sudare e la sudorazione è un fisiologico meccanismo per ridurre la temperatura corporea. Sudando, però, oltre all’acqua si perdono appunto sali minerali, in particolare proprio potassio e magnesio. Se poi, cosa molto comune specie nei meno giovani, vi sono problemi di ipertensione arteriosa e per tenerla sotto controllo si assumono farmaci diuretici, la perdita di sali minerali può risultare ancora maggiore. Molti malesseri provocati dal caldo sono proprio dovuti al pericoloso mix di disidratazione e ipopotassiemia, in presenza dei quali è consigliabile arricchire la propria alimentazione con potassio e magnesio, mangiando ortaggi e frutta fresca (almeno 500-600 gr al giorno) e, nel caso ciò non fosse possibile, ricorrendo a integratori salini.

Antiossidanti e piante benefiche per circolazione

Il caldo influenza anche la circolazione delle gambe, soprattutto delle donne. Sensazione di pesantezza agli arti inferiori, formicolii, gonfiore a piedi e caviglie e capillari in evidenza sono solo alcuni dei sintomi che arrivano con l’aumento della temperatura.

Per diminuire il rischio di incontrare disturbi di circolazione sanguigna, anche in questo caso il suggerimento è di seguire una sana alimentazione e assicurarsi una corretta idratazione, ma anche svolgere regolare attività fisica. Inoltre, è bene evitare indumenti molto stretti, scarpe scomode o con tacchi troppo alti, stare troppo tempo seduti o in piedi.

In particolare, il consiglio è di privilegiare alimenti ricchi di antiossidanti che agiscono sul tono e sull’elasticità dei vasi e dei capillari. A svolgere questa funzione troviamo:

  • vitamina C (kiwi, pomodori, limoni, fragole). L’azione antinfiammatoria protegge i vasi sanguigni;
  • vitamina A (carote, pesche, albicocche, peperoni): migliora la circolazione;
  • omega-3 (sgombro e alici): svolgono un’azione preventiva sulla salute delle vene.

Anche la natura può venire in aiuto. Di seguito una lista di piante amiche della circolazione delle gambe:

  • centella (Centella Asiatica): migliora l’elasticità e la robustezza della parete vasale alleviando i problemi della circolazione venosa;
  • ippocastano (Aesculus Hippocastanum): favorisce i fenomeni di vasocostrizione e migliora il tono venoso; è anche un antinfiammatorio e decongestionante, indicato per il trattamento degli stati edematosi;
  • mirtillo nero(Vaccinium myrtillus): riduce i danni ai capillari artero-venosi, la loro permeabilità e ne aumenta l’elasticità e la robustezza. Inoltre, favorisce il benessere delle cellule endoteliali e incrementa il flusso sanguigno nei capillari interessati;
  • vitis vinifera(Vite da vino) ha un’azione venoprotettiva, venotonica e protettiva sui capillari. Inoltre, migliora la velocità di scorrimento del flusso del sangue comportando una più forte ossigenazione dei tessuti.

“Queste sostanze - conclude il documento - possono essere anche alla base di integratori, i quali non devono essere considerati come sostituti di una dieta varia ed equilibrata né di uno stile di vita sano ma possono favorire la salute e il benessere dell’organismo in estate. È sempre importante seguire sempre le indicazioni segnalate nella confezione e, in caso di dubbi, chiedere consiglio al proprio medico o al farmacista di fiducia”. (n.m.)

 

Probiotici e Omega-3 nella steatosi epatica non alcolica

Non è noto se sia possibile modificare con la dieta le concentrazioni sieriche di catepsina (CatD), una peptidasi aspartata che svolge un ruolo nel turnover proteico e può essere coinvolta nella fibrogenesi epatica.

L'assunzione di acidi grassi n-3 dall'olio di pesce ha già mostrato benefici sulla Nafld, diminuendo i livelli di enzimi epatici sierici, come Alt e Ggt nonché sui punteggi di grasso epatico e steatosi. Sulla base di una metanalisi del 2018, l'integrazione con Omega-3, in particolare acido eicosapentaenoico e docosaesaenoico, ha portato a miglioramenti statisticamente significativi su diversi fattori di rischio metabolico, nei livelli di 2 di 3 enzimi epatici, sul contenuto di grasso epatico (valutato tramite risonanza magnetica/spettroscopia) e nel punteggio di steatosi (valutato tramite ecografia).

Un gran numero di dati provenienti dalla ricerca sugli animali, poi, ha messo in luce come i probiotici abbiano un effetto benefico sulla steatosi epatica non alcolica. Uno studio randomizzato e controllato, inoltre, ha analizzato una formulazione di 14 batteri probiotici (generi Bifidobacterium, Lactobacillus, Lactococcus, Propionibacterium) confrontata con placebo per 8 settimane. Il probiotico multiceppo ha ridotto il grasso del fegato, l'attività aminotransferasica e i livelli di Tnf-α e Il-6 nei pazienti con Nafld. L'assunzione di probiotici ha conferito benefici su Alt, Ast e Ggt nei pazienti Nafld e diminuzione di Ast, Ggt e indice del fegato grasso in pazienti Nafld con diabete di tipo 2.

È interessante notare che, nei pazienti diabetici di tipo 2 con Nafld, una combinazione di probiotici e acidi grassi n-3 da lino e germe di grano (250 mg di ciascuno) per otto settimane, ha ridotto l'indice di fegato grasso rispetto al placebo. In particolare, in questo lavoro, gli Autori hanno visto diminuire significativamente l’indice di fegato grasso nel gruppo probiotico-Omega 3, mentre non sono stati osservati cambiamenti significativi nel gruppo placebo. I cambiamenti di rigidità epatica in entrambi i gruppi erano non significativi. L'analisi degli esiti secondari ha mostrato che la co-somministrazione di probiotici con Omega-3 porta a una significativa riduzione della gamma-glutamil transpeptidasi sierica, dei trigliceridi e del colesterolo totale e i marcatori infiammatori sistemici cronici dopo l'intervento diminuiscono significativamente solo nel gruppo integrato.

Molte evidenze indicano la CatD come marcatore nelle donne in gravidanza in sovrappeso e obese e in quelle con diabete gestazionale, gruppi con un rischio maggiore di sviluppare infiammazione metabolica e Nafld.  Uno studio recente ha indagato anche in questa direzione: donne incinte in sovrappeso/obese (n= 38) sono state randomizzate in gruppi di olio di pesce placebo, probiotici + placebo, olio di pesce + probiotici o placebo + placebo. L'olio di pesce conteneva 1,9 g di acido docosaesaenoico e 0,22 g di acido eicosapentaenoico. I probiotici erano Lacticaseibacillus rhamnosus HN001Bifidobacterium animalis ssp. lactis 420, 1.010 unità formanti colonie ciascuna.

Non sono state osservate differenze nella concentrazione di CatD tra i quattro gruppi e l'effetto dell'intervento non è stato modificato dallo stato di diabete delle donne. Le concentrazioni sieriche di CatD sono state influenzate da alcune caratteristiche materne quali, per esempio, grasso corporeo e stato infiammatorio di basso grado, ed è interessante notare che una diminuzione del livello di CatD durante la gravidanza è stata osservata nei gruppi probiotici e nei gruppi di olio di pesce, ma non nei gruppi di combinazione o placebo e può darsi che la spiegazione risieda nell’influenza da parte di probiotici e olio di pesce sui cambiamenti metabolici e infiammatori che si verificano nel corso della gravidanza.  Un'osservazione che merita ulteriori indagini.

Silvia Ambrogio

 Bibliografia

  • Serum CathepsinD in pregnancy: relation with metabolic and inflammatory markers and effects of fish oils and probiotics. Nutrition, metabolism & cardiovascular diseases (2022) 32, 1292e1300.Systematic review and meta-analysis of controlled intervention studies on the effectiveness of long-chain omega-3 fatty acids in patients with nonalcoholic fatty liver disease. Nutrition Reviews, Volume 76, Issue 8, August 2018, Pages 581–602.
  • A Multi-strain probiotic reduces the fatty liver index, cytokines and aminotransferase levels in Nafld patients: evidence from a randomized clinical trial. Journal of gastrointestinal and liver diseases. Vol 27 N° 1: March 2018
  • Systematic review with meta-analysis: the effects of probiotics in nonalcoholic fatty liver disease. Gastroenterology research and practice, vol. 2019, Article Id 1484598, 19 pages, 2019.
  • Beneficial effects of probiotic combination with omega-3 fatty acids in Nafld: a randomized clinical study. Minerva Medica 2018 December;109(6):418-28

Omega-3, tre grammi al giorno per abbassare la pressione arteriosa

Tre grammi. Questa la quantità ottimale di Omega-3 da consumare giornalmente per ottenere benefici sulla pressione sanguigna, secondo una ricerca appena pubblicata sul Journal of american heart association, rivista open access dell'American heart association.

Sono stati analizzati i risultati di 71 studi clinici, pubblicati dal 1987 al 202, che hanno preso in esame la relazione tra pressione sanguigna e consumo di Omega-3 Dha ed Epa (presi singolarmente o in combinazione) in persone di età pari o superiore a 18 anni, con o senza ipertensione o alterazioni della colesterolemia. Nel complesso, circa 5 mila persone, di età compresa tra 22 e 86 anni, che mediamente per 10 settimane hanno consumato acidi grassi, tramite dieta o integratori.

I risultati indicano che un consumo tra i 2 e i 3 grammi/die di Dha+Epa porta a una riduzione di sistolica e diastolica media pari a 2mmHg. Negli ipertesi, poi, 3 g/die determinano una riduzione media della pressione arteriosa sistolica di 4,5 mmHg. Il consumo di dosi più elevate, consente benefici aggiuntivi solo in caso di ipertensione o dislipidemia: a 5 g/die al giorno di omega-3, la sistolica è diminuita in media di quasi 4 mm Hg negli ipertesi contro 1 mm Hg tra chi aveva una pressione nella norma. Differenze simili sono state osservate nelle persone con livelli elevati di colesterolemia.

“Questa metanalisi dose-risposta dimostra che l'assunzione combinata ottimale di acidi grassi omega-3 per l'abbassamento della pressione arteriosa è probabilmente compresa tra i 2 g e i 3 g/die”, commentano gli Autori. “Dosi superiori possono apportare ulteriori benefici pressori solo a soggetti già ad alto rischio cardiovascolare”.

Fibre nella dieta, importanti alleate nella lotta all’antibiotico-resistenza

Aumentare la quantità di fibre presenti nella dieta, provenienti da diverse fonti, migliora la composizione del microbiota e riduce la presenza nell’intestino di batteri che sviluppano i geni della resistenza agli antibiotici.

La quantità giornaliera ideale di fibre, indicata in uno studio pubblicato su mBio, rivista dell’American society of microbiology, è di almeno 8-10 grammi di fibra solubile: arricchire la propria tavola con cereali integrali, fagioli, lenticchie, noci e alcuni tipi di frutta e verdura riduce le probabilità di far proliferare nel proprio organismo batteri che posseggono il gene della resistenza a farmaci comunemente usati contro le infezioni come le tetracicline e gli amminoglicosidi.

Monitorando l’impatto dell’alimentazione sul microbiota intestinale di 290 adulti in salute, i ricercatori hanno scoperto che il consumo regolare di molte fibre e poche proteine, con ridotte quantità in particolare di manzo e di maiale, era significativamente associato a livelli più bassi di geni di resistenza agli antimicrobici tra i microbi intestinali.

Inoltre, le persone con livelli più bassi dei geni della resistenza nel microbiota intestinale avevano anche maggiori quantità di microbi anaerobici stretti (o obbligati), un tipo di batteri che non prospera in presenza di ossigeno, indicativi di un intestino sano con bassa infiammazione. Ma per ridurre la resistenza ed evitare di trasformare l’intestino in un covo di super-batteri, non conta solo quante fibre si consumano, ma quanto è varia la dieta.

A riprova di ciò, è stato osservato che le persone con livelli più alti di geni della resistenza nel loro microbiota intestinale avevano anche una biodiversità del microbiota significativamente ridotta rispetto a chi aveva livelli bassi di geni della resistenza.

Lo studio, come spiegano gli stessi ricercatori, per la sua natura osservazionale non può fornire risultati definitivi, ma indica una possibile associazione. I partecipanti non hanno seguito una dieta particolare e non c’è stato un confronto testa a testa tra gruppo sperimentale e gruppo di controllo.

Elisabetta Torretta

Diabete di tipo 2: perdita di peso efficace per la remissione

da un punto di vista nutrizionale, il principale contributo alla gestione e alla remissione del diabete, condizione che si verifica quando un paziente non soddisfa più i criteri diagnostici senza ricevere farmaci ipoglicemizzanti, è la perdita di peso, in virtù miglioramenti significativi nella sensibilità all'insulina epatica e muscolare.

Uno studio di coorte del 2020 nel Regno Unito (Anglo-danish-dutch study of intensive treatment in people with screen-detected diabetes in primary care) ha incluso 867 partecipanti con diabete di tipo 2 di nuova diagnosi, dimostrando come dopo un follow-up di 5 anni, si è verificata una remissione complessiva nel 30% dei casi.

La perdita di più del 10% del peso corporeo al basale nel primo anno dopo la diagnosi era associata a una probabilità di remissione superiore del 70% a 5 anni

Ogni kg di perdita di peso era associato a una probabilità di remissione maggiore del 7% a 5 anni, indipendentemente da regimi dietetici specifici o interventi sullo stile di vita. 

Nel 2021 il trial Direct (Diabetes remission clinical tTrial) ha messo in luce come uno stato non diabetico può essere ripristinato per due anni per il 70-80% delle persone con diabete di tipo 2 mediante interventi che mantengono una perdita di peso superiore a 10 kg, peso che sostiene la perdita di grasso ectopico, invertendo la fisiopatologia e normalizzando la morfologia del pancreas.

La consapevolezza dei benefici della perdita di peso è quindi alta, ma l'evidenza attuale sui diversi approcci dietetici è più limitata.

Le attuali linee guida affermano che varie strategie dietetiche possono essere efficaci, ma non forniscono indicazioni sulla composizione della dieta. Dai risultati raccolti in una recente metanalisi pubblicata su Diabetologia si vede che la maggiore perdita di peso si ottiene con diete a bassissimo contenuto energetico (400–500 kcal/die) protratte per 8–12 settimane. Risultati simili, ma inferiori in termini di perdita di peso, si ottengono impostando diete con pasti sostitutivi formulati in maniera specifica per 12-52 settimane.

Le diete a bassissimo contenuto di carboidrati (21–70 g di carboidrati al giorno) non hanno mostrato una perdita di peso maggiore rispetto a quelle a più alto contenuto per periodi di 3–36 mesi (differenza di peso medio -0,7 kg).

Le diete a basso contenuto di carboidrati non hanno dato prova di essere migliori per la perdita di peso rispetto alle diete ad alto contenuto di carboidrati/basso contenuto di grassi.

Le diete iperproteiche, le diete mediterranee, quelle ad alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi, vegetariane e a basso indice glicemico hanno tutte ottenuto una differenza minima (0,3-2 kg) o nessuna differenza rispetto alle diete di controllo.

L'evidenza, sebbene di "qualità" variabile, è piuttosto consistente nel definire che non esiste oggi un tipo di dieta superiore ad altri per la gestione del peso nel diabete di tipo 2.

Poiché non è solo la quantità di peso persa, ma anche il mantenimento del peso raggiunto a essere un fattore chiave alcune metanalisi hanno valutato l'aderenza alla dieta fino a un anno, dimostrando che era più scarsa quando le diete erano a basso contenuto di carboidrati (<50 g/die di carboidrati) rispetto a diete con un quantitativo maggiore (<130 g/die).

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Diets for weight management in adults with type 2 diabetes: an umbrella review of published meta-analyses and systematic review of trials of diets for diabetes remission. Diabetologia. 2022 Jan;65(1):14-36.
  • Predictors of type 2 diabetes remission in the diabetes remission clinical trial (Direct). Diabet Med. 2021;38(8):e14395.
  • Primary care experience and remission of type 2 diabetes: a population-based prospective cohort study. Fam Pract. 2021;38(2):141–146.
  • Behaviour change, weight loss and remission of type 2 diabetes: a community-based prospective cohort study. Diabet Med. 2020;37(4):681–688.

L'importanza della dieta nelle malattie reumatiche e muscoloscheletriche

Secondo quanto emerge da una revisione sistematica e meta-analisi, è improbabile che l'alimentazione influisca sulla progressione delle malattie reumatiche e muscoloscheletriche (RMD). Come sottolineato dagli autori, in base alle prove attuali disponibili in letteratura, non c'è un unico fattore dietetico che porti miglioramenti significativi degli esiti di tali malattie.

È emerso inoltre come le ricerche su alimentazione e progressione delle RMD si focalizzino principalmente su osteoartrite e artrite reumatoide, e poco sulle altre patologie. Nel 2018 è stata riunita una taskforce dell'EULAR (European Alliance of Associations for Rheumatology) allo scopo di studiare il possibile impatto di alcuni fattori legati allo stile di vita, tra cui dieta, peso o consumo di alcol, sulla progressione delle RMD e sviluppare raccomandazioni rivolte a medici e pazienti. È stata quindi condotta una revisione sistematica per ogni fattore. L'articolo appena pubblicato su RMD Open riporta quindi i risultati riguardanti la dieta. In particolare, gli autori hanno ricercato le revisioni sistematiche e gli studi clinici randomizzati sull'argomento in modo da analizzare l'impatto di componenti o integratori alimentari su dolore, danno articolare e funzione fisica, su 7 comuni RMD, quali osteoartrite, artrite reumatoide, lupus sistemico eritematoso, spondiloartrite assiale, artrite psoriasica, sclerosi sistemica e gotta. Sono stati così inclusi 24 revisioni sistematiche (pubblicate tra il 2013 e il 2018) e 150 studi originali. A conti fatti, i fattori dietetici analizzati erano numerosi e nella maggior parte dei casi le ricerche riguardavano osteoartrite e artrite reumatoide. In queste due malattie, le prove riguardanti l'esposizione alla maggior parte dei fattori alimentari erano classificate come basse o molto basse. Le prove di moderata qualità erano quelle relative a olio di pesce, condroitina, glucosamina, vitamina D e ASU (acidi grassi insaponificabili di avocado e soia) per l'osteoartrite, e a probiotici, vitamina D e olio di pesce/omega 3 per l'artrite reumatoide. Tuttavia gli effetti erano piccoli e non clinicamente rilevanti.

«Sulla base della letteratura attuale, gli operatori sanitari possono avvertire le persone con RMD che è improbabile che consumare specifici componenti alimentari influenzi la progressione della loro malattia, ma che è importante mantenere una dieta e un peso sani per motivi di salute generali» affermano gli autori.

RMD Open 2022. Doi: 10.1136/rmdopen-2021-002167.
https://doi.org/10.1136/rmdopen-2021-002167

L'integrazione con proteine del siero di latte aiuta a controllare il diabete di tipo 2

Assumere prima dei pasti una piccola dose di proteine del siero di latte migliora il controllo glicemico dei pazienti con diabete di tipo 2 (DM2).


Lo afferma 

Daniel West

, docente presso il Centro di ricerca sulla nutrizione umana e sul diabete all'Università di Newcastle, Regno Unito, e coordinatore di uno studio pubblicato su BMJ Open Diabetes Research & Care in cui un gruppo di 18 soggetti con DM2 ha assunto prima dei pasti una bassa dose di proteine del siero di latte ed è stato seguito per una settimana mentre svolgeva le normali attività quotidiane. In sintesi, i partecipanti hanno bevuto un bicchierino da 100 ml contenente 15 grammi di proteine 10 minuti prima di colazione, pranzo e cena per sette giorni continuando ad assumere i loro farmaci antidiabetici. Il monitoraggio continuo della glicemia ha misurato automaticamente i livelli di glucosio nel sangue nel corso della settimana. «Per verificare i potenziali benefici delle proteine del siero di latte, agli stessi pazienti è stata somministrata per una settimana anche una bevanda di controllo non proteica» precisano gli autori. E dai risultati emerge che i livelli glicemici erano meglio controllati con l'integrazione di siero di latte prima dei pasti. Per dirla in numeri, durante la settimana di aggiunta proteica i pazienti avevano due ore in più al giorno di normalità glicemica rispetto alla settimana senza proteine, con livelli giornalieri di glicemia inferiori in media di 10,8 mg/dL. «Precedenti studi in laboratorio hanno dimostrato le potenzialità di questo intervento dietetico, ma questa è la prima volta che un gruppo di pazienti è stato seguito nelle le normali attività quotidiane» spiega il diabetologo. E aggiunge: «Tutti i partecipanti hanno apprezzato l'idea di avere una piccola bevanda preconfezionata gustosa e comoda da portare con sé e bere prima dei pasti».


Dopo questi risultati il prossimo passo dei ricercatori sarà esplorare i vantaggi dell'integrazione con proteine del siero di latte su scala più ampia e per periodi più lunghi, fino a sei mesi. «Abbiamo anche in programma di esaminare proteine alternative provenienti da fonti vegetali, così da potersi adattare a esigenze dietetiche vegane o religiose» conclude West.



BMJ Open Diabetes Research & Care 2022. Doi: 10.1136/bmjdrc-2022-002820


http://doi.org/10.1136/bmjdrc-2022-002820

Microbioma intestinale, meno resistenza agli antibiotici con abbondanza di fibre nella dieta

«La resistenza agli antibiotici nelle persone è in gran parte basata sul microbioma intestinale, e i nostri risultati portano direttamente all'idea che la modifica della dieta abbia il potenziale per essere una nuova arma nella lotta contro la resistenza antimicrobica» spiega 

Danielle Lemay

 dell'ARS Western Human Nutrition Research Center di Davis, in California, autrice senior dello studio. I ricercatori hanno studiato 290 adulti sani, e hanno scoperto che seguire regolarmente una dieta con livelli più elevati di fibre e livelli più bassi di proteine, in particolare di manzo e maiale, era significativamente correlato con livelli più bassi di geni di resistenza agli antimicrobici (ARG) nel microbioma intestinale. Le persone con i livelli più bassi di ARG nei loro microbiomi intestinali avevano anche una maggiore abbondanza di microbi anaerobici stretti, batteri che non prosperano quando è presente l'ossigeno e che sono un segno distintivo di un intestino sano con bassa infiammazione. Le specie batteriche della famiglia delle 

Clostridiaceae

 erano gli anaerobi più numerosi trovati. La quantità di proteine animali nella dieta non era un predittore sicuro di alti livelli di ARG, mentre l'associazione tra elevata quantità di fibre solubili nella dieta e livelli più bassi di ARG era decisamente forte. «Tuttavia, il più importante predittore di bassi livelli di ARG, anche più delle fibre, era la diversità della dieta. Ciò suggerisce che potrebbe essere meglio pensare di assumere alimenti da diverse fonti che tendono ad essere più ricchi di fibre solubili per ottenere il massimo beneficio» prosegue Lemay.



La fibra solubile è il principale tipo di fibra presente nei cereali come orzo e avena, nei legumi come fagioli, lenticchie e piselli, in semi e noci, e in alcuni tipi di frutta e verdura come carote, frutti di bosco, carciofi, broccoli e zucca. Gli esperti sottolineano che le persone che avevano i livelli più alti di ARG nei loro microbiomi intestinali avevano microbiomi intestinali significativamente meno diversificati rispetto ai gruppi con livelli bassi e medi di ARG.



mBio 2022. Doi: 10.1128/mbio.00101-22


http://doi.org/10.1128/mbio.00101-22

Covid-19, ecco come lo stato nutrizionale influisce sulle infezioni gravi

Garantire un ottimale stato di nutrizione resta un'utile strategia nel supportare e preservare un'efficace risposta immunitaria in grado di proteggere l'organismo dalle infezioni. Ecco le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista Nutrients che discute il ruolo dei fattori dietetici nei casi di sindrome respiratoria acuta grave da SARS-CoV-2, una malattia che si è diffusa in tutto il mondo causando finora oltre 512 milioni di casi e più di 6,2 milioni di morti.

 del Dipartimento di Scienze mediche di base presso il College of Osteopathic Medicine alla Western University of Health Sciences di Pomona in California, che ricorda come l'equilibrio Th1/Th2 sia essenziale per la risoluzione clinica della malattia da SARS-CoV-2 e che la sua disregolazione sia alla base della tempesta di citochine che a sua volta scatena la sindrome da distress respiratorio acuto con un'elevata incidenza di morte. «Oltre alle misure di salute pubblica, allo sviluppo di vaccini e alle nuove terapie, c'è stata una crescente attenzione sui potenziali ruoli della dieta nella lotta alla pandemia» scrivono i ricercatori, precisando che l'impatto della nutrizione su altre malattie respiratorie, inclusi il comune raffreddore, la polmonite e l'influenza, è stato ampiamente dimostrato in modelli animali e umani. Da qui lo studio appena pubblicato che discute i potenziali usi di diete, vitamine e integratori - tra cui glutatione, zinco, dieta mediterranea e medicina tradizionale cinese - nella prevenzione delle infezioni e delle malattie gravi.

«La gravità spesso imprevedibile dell'infezione da COVID-19 ha aperto la strada a studi volti a prevedere gli esiti di COVID-19, stimolando molte ricerche per identificare i fattori che possono mitigare le manifestazioni cliniche dell'infezione» esordisce il primo autore 

Bhavdeep Singh

«I dati finora raccolti indicano che lo stato nutrizionale può certamente svolgere un ruolo prezioso sia nella prevenzione sia nella gestione dell'infezione da COVID-19. Sono tuttavia necessari ulteriori studi clinici per dimostrare chiaramente il contributo della nutrizione nell'implementazione di potenziali protocolli terapeutici» conclude Singh.

Nutrients 2022. Doi: 10.3390/nu14091909

Integratori dimagranti, review ne valuta la sicurezza

Una recente review pubblicata su Nutrients ha preso in esame le evidenze disponibili in letteratura sulla sicurezza di alcune sostanze naturali impiegate come integratori alimentari per la perdita di peso.

Nello specifico, sei gli ingredienti valutati: caffeina, estratto di tè verde (Gte), estratto di chicco di caffè verde (Gcbe), colina, glucomannano, capsaicinoidi e capsinoidi.

Le prove sull’efficacia degli integratori a base di caffeina nella gestione del peso sono contrastanti ma, nel complesso, quando formulata e commercializzata in modo appropriato, non presenta problemi di sicurezza per dosaggi ≤ 400 mg/die, range nel quale rientra la maggior parte degli prodotti disponibili.

Per quanto riguarda l’estratto di tè verde, le evidenze attuali ne suggeriscono un’utilità su gestione del peso, regolazione del glucosio e riduzione di colesterolo totale e c-Ldl nelle persone in sovrappeso/obese. Gli effetti indesiderati riportati negli studi clinici sono in gran parte correlati all'apparato gastrointestinale. Da qui, un’indicazione alla soglia di 300 mg/die di Epigallocatechina gallato (il polifenolo più presente), rispettata dalla maggior parte dei prodotti commercializzati per la gestione del peso.

Per il Gcbe, considerata la bassa incidenza di effetti collaterali indesiderati riportati negli studi clinici e sperimentali “è improbabile che il consumo attraverso integratori per la gestione del peso sia dannoso”, sottolineano gli Autori. L'evidenza clinica limitata ne supporta un potenziale effetto benefico per la perdita di peso a breve termine e la gestione di glicemia e pressione arteriosa.

Dal canto suo, la colina è un micronutriente essenziale con attività lipotropica che aiuta a catalizzare il metabolismo dei grassi e prevenirne la dispersione nel fegato. L'evidenza clinica di un’efficacia della supplementazione sulla gestione del peso è limitata. Sulla sicurezza, mancano dati giacché, visto che la maggior parte delle persone ne consuma meno di quanto raccomandato, l'obiettivo principale degli studi era proprio di valutarne l'assunzione inadeguata, non quella eccessiva.

Per il glucomannano, l'effetto sulla perdita di peso è modesto e sono necessarie ulteriori indagini per confermare la consistenza di questo effetto. L'evidenza supporta effetti benefici su glicemia, profilo lipidico e funzione gastrointestinale. Come per altre fibre, il consumo di glucomannano può provocare effetti collaterali gastrointestinali transitori. Il consiglio per i consumatori è di assumere quantità di liquidi adeguati con prodotti a base di glucomannano e di tenere in considerazione i rischi di assunzione correlati a eventuali problemi disfagici

Infine, per quanto riguarda i capsaicinoidi, pochi i problemi di sicurezza segnalati negli studi clinici con integratori contenenti capsaicina a dosi inferiori a 33 mg/die per 4 settimane o inferiori per periodi più lunghi.

Queste le conclusioni finali del lavoro: “La maggior parte degli integratori alimentari commercializzati per la gestione del peso che includono i sei ingredienti da noi analizzati, hanno livelli entro quantità ritenute sicure. Gli eventi avversi gravi sono rari e spesso correlati a consumi intenzionalmente elevati. La maggior parte degli ingredienti sembra migliorare alcuni aspetti della salute metabolica nelle persone con sovrappeso e obesità, come glicemia, lipidemia e pressione arteriosa, senza dimenticare che restrizione calorica, miglioramento della dieta e attività fisica devono rimanere i cardini di un trattamento efficace di sovrappeso e obesità”.

Nicola Miglino

Mangiare meno e a orari regolari allunga la vita

Mangiare meno allunga la vita, ma farlo con orari regolari è ancora meglio: lo dimostra uno studio condotto su centinaia di topi seguiti in laboratorio per quattro anni. Gli esemplari sottoposti a dieta ipocalorica hanno avuto un aumento della longevità del 10%, mentre quelli che seguivano la stessa dieta alimentandosi solo nel periodo di massima attività del metabolismo (la notte per i roditori), hanno visto la loro aspettativa di vita crescere addirittura del 35% (pari a 9 mesi in più su una vita media di 2 anni). I risultati, che aprono nuove prospettive anche per gli esseri umani, sono pubblicati su Science dai ricercatori dell’Howard Hughes Medical Institute (HHMI) negli Stati Uniti.

Lo studio evidenzia come l’orologio biologico giochi un ruolo centrale nel potenziare gli effetti della dieta, anche se i meccanismi restano ancora tutti da scoprire. Secondo il coordinatore del gruppo di ricerca, Joseph Takahashi, mangiare in certi momenti della giornata non accelera la perdita di peso nei topi (come del resto ha dimostrato anche un recente studio clinico sulle persone pubblicato sul New England Journal of Medicine), ma potrebbe determinare benefici per la salute che vanno a sommarsi dando un allungamento della vita.

In attesa di capire come dieta e orologio biologico interagiscono fra loro, Takahashi ha già preso esempio dai topi di laboratorio per cambiare le sue abitudini, limitando il consumo di cibo nell’arco di 12 ore durante la giornata. “Ma se trovassimo un farmaco che può potenziare l’orologio biologico – sottolinea l’esperto – potremmo sperimentarlo in laboratorio per vedere se è in grado di aumentare la durata della vita”.

Mangiare meno e a orari regolari allunga la vita

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Mangiare meno allunga la vita, ma farlo con orari regolari è ancora meglio: lo dimostra uno studio condotto su centinaia di topi seguiti in laboratorio per quattro anni. Gli esemplari sottoposti a dieta ipocalorica hanno avuto un aumento della longevità del 10%, mentre quelli che seguivano la stessa dieta alimentandosi solo nel periodo di massima attività del metabolismo (la notte per i roditori), hanno visto la loro aspettativa di vita crescere addirittura del 35% (pari a 9 mesi in più su una vita media di 2 anni). I risultati, che aprono nuove prospettive anche per gli esseri umani, sono pubblicati su Science dai ricercatori dell’Howard Hughes Medical Institute (HHMI) negli Stati Uniti.

Lo studio evidenzia come l’orologio biologico giochi un ruolo centrale nel potenziare gli effetti della dieta, anche se i meccanismi restano ancora tutti da scoprire. Secondo il coordinatore del gruppo di ricerca, Joseph Takahashi, mangiare in certi momenti della giornata non accelera la perdita di peso nei topi (come del resto ha dimostrato anche un recente studio clinico sulle persone pubblicato sul New England Journal of Medicine), ma potrebbe determinare benefici per la salute che vanno a sommarsi dando un allungamento della vita.

In attesa di capire come dieta e orologio biologico interagiscono fra loro, Takahashi ha già preso esempio dai topi di laboratorio per cambiare le sue abitudini, limitando il consumo di cibo nell’arco di 12 ore durante la giornata. “Ma se trovassimo un farmaco che può potenziare l’orologio biologico – sottolinea l’esperto – potremmo sperimentarlo in laboratorio per vedere se è in grado di aumentare la durata della vita”.

Dieta della longevità: su Cell la “ricetta Longo”

Legumi, cereali integrali e verdure. Poco pesce, niente carne rossa, zuccheri e cereali raffinati in dosi limitate e, ancora, noci, olio d'oliva e un po' di cioccolato fondente. Il tutto, con periodi alternati di digiuno. Questa la ricetta per vivere a lungo proposta sulle colonne di Cell da Valter Longo, della Usc Leonard Davis School of Gerontology di San Francisco e Rozalyn Anderson, dell'Università del Wisconsin.

Il lavoro proposto da due scienziati è una review di una serie di ricerche, sperimentali e cliniche, tesa a disegnare un quadro su quale tipo di dieta possa offrire le migliori opportunità per una vita più lunga e più sana.

"Abbiamo indagato il legame tra nutrienti, digiuno, geni e longevità in esseri viventi a breve ciclo di vita, collegando i dati con quelli di studi clinici ed epidemiologici su primati e uomo, compresi i centenari", sottolinea Longo.

L'analisi ha incluso anche l’esame di alcune delle diete più popolari, dalla chetogenica a quelle vegetariane e vegane, dalla dieta mediterranea ai diversi modelli di digiuno.

Oltre a valutarne gli effetti sulla longevità, il team ha collegato i dati a specifici fattori dietetici in grado di influenzare marcatori di rischio di malattia, quali i livelli di insulinaproteina C-reattivaIlgf 1 (fattore di crescita insulino simile) e colesterolo.

Secondo i risultati che emergono dalla review, elementi chiave di una dieta ottimale sembrano essere il consumo moderato di carboidrati da fonti non raffinate, proteine in sufficiente quantità e per la maggior parte di origine vegetale, grassi vegetali in grado di soddisfare il 30% del fabbisogno energetico. Idealmente, i pasti della giornata dovrebbero avvenire tutti entro una finestra di 11-12 ore, consentendo un periodo giornaliero di digiuno, ed è indicato un ciclo di cinque giorni di digiuno o di una dieta mima-digiuno ogni 3-4 mesi, in grado di ridurre insulino-resistenza, pressione sanguigna e altri fattori di rischio di malattie croniche.

La ricetta di Longo? “Molti legumi, cereali integrali e verdure; poco pesce; niente carne rossa o carni lavorate e carni bianche in quantità limitata; pochi zuccheri e cereali raffinati; noci in buona quantità, olio d'oliva e un po' di cioccolato fondente”, sottolinea lo scienziato, che annuncia l’avvio di uno studio su dieta e longevità che coinvolgerà 500 persone nel Sud-Italia.

“La dieta della longevità presenta somiglianze e differenze rispetto a quelle in stile mediterraneo spesso descritte nelle cosiddette zone blu, dove più alta è l’aspettativa di vita, come la Sardegna, Okinawa o Loma Linda, in California. Queste comunità sono note per un numero elevato di centenari, abituati a una dieta in gran parte a base vegetale o pescetariana e relativamente povera di proteine. La dieta della longevità è un'evoluzione di questo modello, che contempla l’accortezza di limitare il consumo di cibo a 12 ore al giorno e di alternare brevi periodi di digiuno ogni anno”.

Secondo gli autori, la dieta della longevità dovrebbe essere adattata a ciascun individuo sulla base di sesso, età, stato di salute e genetica. Per esempio, le persone di età superiore ai 65 anni potrebbero aver bisogno di un maggior apporto di proteine ​​per contrastare fragilità e perdita di massa magra.

Fondamentale, però, il supporto di un esperto in nutrizione, proprio al fine di personalizzare un piano incentrato su piccoli cambiamenti che possono essere adottati per tutta la vita, piuttosto che grandi stravolgimenti con risultati magari immediati che vanno, però, a perdersi poi nel tempo, una volta abbandonata la dieta molto restrittiva.

"La dieta della longevità non è modello volto soltanto al calo ponderale, ma uno stile di vita incentrato sul rallentamento dei processi di invecchiamento, in grado di prevenire l’insorgenza delle malattie croniche non trasmissibili più comuni”, conclude Longo.

Nicola Miglino

neuropsicofarmacologi: boom di disturbi alimentari con la pandemia

Un aumento del 36% dei sintomi associati a disturbi alimentari e boom di ricoveri, in salita del 48%, in periodo di pandemia. Questo l’effetto domino che Covid-19 ha generato in pazienti con disturbi alimentari, tra cui bulimia, anoressia nervosa e altre patologie cibo-correlate.

Sono i dati emersi da uno studio appena pubblicato dall’International journal of eating disorder, una revisione di 53 ricerche condotte sul tema e che ha coinvolto complessivamente oltre 36 mila pazienti, con età media di 24 anni di cui oltre il 90% donne. L’alterazione delle abitudini alimentari, dal desiderio di accumulare più cibo per timore di carestia legata al lockdown, a pasti poco strutturati, a sensibili aumenti di peso, è stata la punta dell’iceberg di una fragilità psico-emotiva rimasta sommersa: sentimenti di forte solitudine, abbandono e allontanamento dal contesto reale, peggioramento dell'umore, idee suicidarie, atti di autolesionismo, maggiori accessi al pronto soccorso.

“Potremmo definirla una fame di cibo e dell’anima, un male del fisico e della mente che conferma la stretta relazione fra cervello e intestino, cui i pazienti con disturbi alimentari più esposti a depressione e ansia sono maggiormente sensibili rispetto alla popolazione generale”, spiega Matteo Balestrieri, co-presidente della Società italiana di neuro psico farmacologia (Sinpf), nonché Ordinario di Psichiatria all’Università di Udine. “Ad aggravare il quadro della salute mentale e metabolica, anche la difficoltà di accesso alle cure, i contatti da remoto con i medici referenti, le incertezze correlate alla pandemia, i cambiamenti della normale routine, la perdita di punti fermi strutturale, e di contatti sociali, l’influenza negativa dei media”.

Così Claudio Mencacci, co-presidente Sinpf e direttore emerito di neuroscienze e salute mentale all’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano: “I dati emersi da questo studio internazionale sono confermati anche in Italia, a carico soprattutto dei giovani. Una recente indagine multicentrica condotta in Italia su persone con disturbi alimentari, pubblicata sul Journal of affective disorders nel 2021, ha evidenziato che durante il lockdown vi è stato un aumento significativo di ansia, depressione, sintomi post-traumatici, panico e insonnia. Dopo la prima fase acuta della pandemia, la gran parte di questi sintomi sono rimasti stabili, mentre i livelli ansia sono ulteriormente cresciuti, a testimonianza di un generale malessere e insicurezza generati dalla pandemia”.

Conclude Balestrieri: “Rapporto alterato con il cibo, disagio psichico, limitazione di accesso alle cure sono un trinomio drammatico per i pazienti con disturbi alimentari. Lo vedevamo ogni giorno nella real life e oggi è confermato dagli studi: il contesto pandemico, l’isolamento, la perdita di punti fermi, l’incertezza del futuro hanno acuito le fragilità di questa classe di pazienti che, nel quotidiano, si sono tradotte nella ricerca di più cibo, quale atto compensatorio e premiante dell’incapacità di accettare e gestire il cambiamento repentino della routine e le conseguenze che Covid-19 ha generato”.  (n.m.)

 

 

Disturbi alimentari. Durante la pandemia casi in crescita del 36%, +48% i ricoveri. L’allarme dei Neuro Psico Farmacologi

Uno studio dell’International Journal of Eating Disorder condotto su oltre 36 mila pazienti, attesta lo stretto binomio fra disturbi alimentari e disagio psichico. A rischio anche i pazienti italiani. Balestrieri (Sinpf): “Effetto domino confermato anche nei giovani italiani Potremmo definirla una ‘fame di cibo e dell’anima’”

02 MAG - 

Un aumento del 36% dei sintomi associati a disturbi alimentari e boom di ricoveri, aumentati del 48%, in periodo di pandemia: è l’effetto domino che il Covid ha generato in pazienti con disturbi alimentari tra cui bulimia, anoressia nervosa e altre patologie cibo-correlate.

Sono i dati emersi da uno studio appena pubblicato dall’International Journal of Eating Disorder, una revisione di 53 ricerche condotte sul tema e che ha coinvolto complessivamente oltre 36 mila pazienti, con età media di 24 anni di cui oltre il 90% donne. L’alterazione delle abitudini alimentari - dal desiderio di ‘accaparramento’ di più cibo per timore di carestia legata al lockdown, a pasti poco strutturati, a sensibili aumenti di peso - è stata la punta dell’iceberg di una fragilità psico-emotiva rimasta sommersa: sentimenti di forte solitudine, abbandono e allontanamento dal contesto reale, peggioramento dell’umore, idee suicidarie, atti di autolesionismo, maggiori accessi al pronto soccorso.  Uno scenario per altro anticipato e confermato da una indagine multicentrica condotta in Italia su persone con disturbi alimentari pubblicata sul Journal of Affective Disorders nel 2021.


Punta i riflettori su disturbi alimentari e pandemia la Società Italiana di Neuro Psico Farmacologia (Sinpf). “Potremmo definirla una ‘fame di cibo e dell’anima’, un male del fisico e della mente che conferma la stretta relazione fra cervello e intestino, cui i pazienti con disturbi alimentari più esposti a depressione e ansia sono maggiormente sensibili rispetto alla popolazione generale – spiega Matteo Balestrieri, co-presidente della Sinpf e professore ordinario di psichiatria all’Università di Udine –. Ad aggravare il quadro della salute mentale e metabolica, anche la difficoltà di accesso alle cure, i contatti da remoto con i medici referenti, le incertezze correlate alla pandemia, i cambiamenti della normale routine, la perdita di punti fermi strutturale, e di contatti sociali, l’influenza negativa dei media”.

“I dati emersi da questo studio internazionale sono confermati anche in Italia, a carico soprattutto dei giovani – precisa Claudio Mencacci, co-presidente della Sinpf e Direttore emerito di neuroscienze e salute mentale all’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano – Una recente indagine multicentrica condotta in Italia su persone con disturbi alimentari, pubblicata sul Journal of Affective Disorders nel 2021, ha evidenziato che durante il lockdown vi è stato un aumento significativo di ansia (+20%), depressione (+20%), sintomi post-traumatici (+16%), panico (+30%) e insonnia (+18%). Dopo la prima fase acuta della pandemia (il lockdown) la gran parte di questi sintomi sono rimasti allo stesso livello, mentre i livelli ansia sono ulteriormente cresciuti (+10%) a testimonianza di un generale malessere e insicurezza generati dalla pandemia”.

“Rapporto alterato con il cibo, disagio psichico, limitazione di accesso alle cure – conclude Balestrieri – sono un ‘trinomio’ drammatico per i pazienti con disturbi alimentari. Lo vedevamo ogni giorno nella ‘real life’, oggi è confermato dagli studi: il contesto pandemico, l’isolamento, la perdita di punti fermi, l’incertezza del futuro hanno acuito le fragilità di questa classe di pazienti che nel quotidiano si sono tradotte nella ricerca di più cibo, quale atto compensatorio e premiante dell’incapacità di accettare e gestire il cambiamento repentino della routine e le conseguenze che Covid ha generato”.



02 maggio 2022

Asma e obesità: fondamentali esercizio fisico e dieta

Nei pazienti adulti obesi affetti da asma, seguire un programma di allenamento e di perdita peso, potrebbe migliorare il livello di attività fisica giornaliero (DLPA, daily life physical activity), l’efficienza del sonno, la depressione e i sintomi dell’asma. Lo ha dimostrato lo studio dal titolo “Exercise Improves Physical Activity and Comorbidities in Obese Adults with Asthma” effettuato da un team di studiosi brasiliani, pubblicato nel 2018 su Medicine and science in sports and exercise.

L’obiettivo del trial randomizzato controllato era quello di valutare gli effetti dell’esercizio fisico sul DLPA, sui sintomi dell’asma e sulle comorbidità psicosociali in adulti affetti da obesità di II grado e asma. I 55 pazienti arruolati sono stati assegnati, in modo casuale, ad effettuare: un programma di perdita di peso + esercizio (WL, weight lost + E; n= 28) o un programma di perdita di peso + sham (WL + S; n = 27).

Il programma di perdita di peso comprendeva terapie nutrizionali e psicologiche. A quest’ultimo, il primo gruppo aggiungeva anche l’allenamento muscolare aerobico e di resistenza; mentre, il secondo solo esercizi di respirazione e stretching.

Dopo 3 mesi, nei partecipanti nel gruppo WL+E si è registrato un aumento significativo del numero di passi giornalieri (3.068 ± 2.325 vs 729 ± 1118 passi al giorno) e del numero di giorni senza sintomi di asma (14.5 ± 9.6 vs 8.6 ± 11.4 g∙mese-1) rispetto a quelli nel gruppo WL+S.

Inoltre, la percentuale di partecipanti era superiore nel gruppo WL+E rispetto al gruppo WL+S sia per i miglioramenti nei sintomi della depressione (76.4% vs 16.6%), che per il rischio inferiore di sviluppare apnea ostruttiva del sonno (56.5% vs 16.3%) (P <0.05).
Sono stati osservati progressi nell’efficienza del sonno (6,6% ± 5,1% vs 1,3% ± 4,7%) e nella latenza (-3,7 ± 5,9 vs 0,2 ± 5,6 min) anche nel gruppo WL+E.

Alla luce di questi risultati, risulta evidente che gli effetti dell’esercizio e una moderata perdita di peso, potrebbero contrastare il peggioramento dei sintomi dovuti alle comorbidità dell’asma legate all’obesità. Inoltre, il trial fornisce informazioni utili per la ricerca futura sul trattamento dell’asma in questa popolazione di pazienti.

di Ilenia di Martino

Fonte: Freitas, P. D., Silva, A. G., Ferreira, P. G., DA Silva, A., Salge, J. M., Carvalho-Pinto, R. M., Cukier, A., Brito, C. M., Mancini, M. C., & Carvalho, C. (2018). Exercise Improves Physical Activity and Comorbidities in Obese Adults with Asthma. Medicine and science in sports and exercise, 50(7), 1367–1376. https://doi.org/10.1249/MSS.0000000000001574

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