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Integrazione vitaminica e parodontite: le evidenze scientifiche

Si stima che oltre il 60% della popolazione italiana soffra di parodontite, una malattia immunoinfiammatoria multifattoriale dovuta principalmente a un'infezione batterica del biofilm dentale e seguita da una risposta anomala dell'ospite, che porta alla distruzione dei tessuti parodontali.

È noto che i leucociti polimorfonucleati svolgono un ruolo fondamentale nella patogenesi: la loro infiltrazione del tessuto parodontale porta all'attivazione di molteplici vie di segnalazione e all'aumento della concentrazione di specie reattive dell'ossigeno nel sito di infezione.

Molti, quindi, gli integratori antiossidanti e antinfiammatori valutati in quest’ambito, a supporto dei più tradizionali interventi terapeutici.  

Evidenze sperimentali supportano il trattamento supplementare con antiossidanti come vitamina Etaurina e licopene, in grado di determinare miglioramento dei parametri parodontali clinici, aumento delle attività antiossidanti locali e sistemici e riduzione dei livelli di specie reattive dell'ossigeno locali e sistemiche, rispetto alla sola terapia parodontale non chirurgica a lungo termine.

I risultati più promettenti per il complesso delle vitamine B arrivano da uno studio randomizzato in doppio cieco controllato con placebo dove è stato testato l'effetto di un integratore del complesso vitaminico B (50 mg di B1, B5, B2, B3 e B6; 50μg di B12 e B7 e 400 μg di B9) post-intervento chirurgico. Dopo 30 giorni di trattamento, il supplemento ha portato a vantaggi clinici rispetto al placebo, sebbene la Ppd, ovvero la profondità di sondaggio parodontale, sia migliorata in modo simile in tutti i gruppi.  Ciò sosterrebbe l'uso di integratori del complesso vitaminico B come nutraceutici per ripristinare la salute parodontale, in combinazione con interventi chirurgici.

Dal momento che l'appropriata integrazione di vitamina C può portare a livelli più bassi di infiammazione grazie alle sue proprietà antiossidanti, il razionale di utilizzo in combinazione con la terapia parodontale non chirurgica è più che fondato. Studi sperimentali sulla gengivite hanno dimostrato che l'assunzione di acido ascorbico attraverso dieta o integrazione ha un forte effetto preventivo sulla riduzione del sanguinamento gengivale.

Dato, però, il numero limitato di studi controllati, è difficile accertare l'effetto della supplementazione di vitamina C sui parametri clinici utilizzati per valutare i risultati del trattamento parodontale. Una revisione sistematica condotta nel 2021 ha concluso che l'uso di vitamina C in aggiunta alla terapia non chirurgica non comporta un miglioramento clinicamente significativo della profondità di sondaggio delle tasche parodontali, un parametro di salute delle gengive, mentre nelle gengiviti l'integrazione ha mostrato un miglioramento dei parametri gengivali di sanguinamento e infiammazione. L'inclusione di integratori di vitamina C nei protocolli di trattamento potrebbe quindi non offrire alcun ulteriore beneficio clinico nel miglioramento dei risultati del trattamento nei pazienti con parodontite.

Le conseguenze nutrizionali dei livelli di vitamina D sulla salute parodontale è oggetto di intensi studi negli ultimi anni. Nel corso dei decenni, livelli più bassi di vitamina D sono stati associati a una maggiore distruzione parodontale e fasi di parodontite grave, mentre diversi autori hanno sostenuto l'idea che i pazienti con livelli più elevati di vitamina D subissero un minor sanguinamento. Inoltre, un lavoro del 2020 ha supportato un'associazione tra livelli sierici di vitamina D (misurati in ng/mL di 25(OH)D) e parodontite cronica. L'effetto della supplementazione di vitamina D in aggiunta al trattamento parodontale non chirurgico rimane invece ancora poco chiaro a causa della carenza di studi disponibili.

Bibliografia

 

Stress carbonilico: ecco il nemico per la salute nella dieta occidentale

Il termine definisce aumento nell’organismo di molecole contenenti gruppi carbonilici molto reattivi, derivanti, soprattutto, dal metabolismo di zuccheri e lipidi. Il rischio correlato è l’infiammazione metabolica cronica, innescata dall’accumulo di proteine e Dna modificati irreversibilmente dagli stessi carbonili. Parliamo del cosiddetto stress carbonilico, oggetto di una review di recente pubblicata su Nutrients. Ne abbiamo parlato con Stefano Menini, docente di Nutrizione umana presso il dipartimento di Medicina clinica e molecolare dell’Università La Sapienza di Roma e coordinatore dell’analisi.

Prof. Menini, cosa si intende, innanzitutto, per stress carbonilico?

Lo stress carbonilico è una condizione caratterizzata dall’aumento dei livelli circolanti e tissutali di molecole contenenti gruppi carbonilici altamente reattivi, che derivano principalmente da modificazioni ossidative e metaboliche di zuccheri e lipidi. Le molecole biologicamente più importanti di questa classe di composti sono il 3-deossiglucosone e il metilgliossale, che originano dal metabolismo cellulare del glucosio, e il gliossale, l’acroleina e il 4-idrossinonenale, che derivano da processi ossidativi a carico di zuccheri e/o lipidi. Le specie carboniliche presentano una elevata reattività nei confronti di numerose componenti cellulari e tissutali; in particolare, la reazione con proteine e Dna provoca modificazioni strutturali e funzionali a carico di queste macromolecole biologiche e la formazione di una moltitudine di addotti e cross-link definiti genericamente Advanced glycation end-products, o Age. Oltre a fungere da biomarcatori di stress carbonilico, gli Age amplificano il danno carbonilico attraverso l’interazione con specifici recettori dell’immunità innata e l’innesco di uno stato di infiammazione cronica di basso grado.

Qual è il rischio correlato per la nostra salute?

I processi infiammatori cronici accelerano l’invecchiamento dell’organismo e sono alla base di molte patologie moderne che rappresentano collettivamente le cause primarie di morte e disabilità: tra queste, il diabete, l’obesità, le malattie cardiovascolari, la steatoepatite non alcolica, le malattie renali croniche, il cancro e le malattie autoimmuni e neurodegenerative. Gli Age e i loro precursori carbonilici possono avere origine sia endogena che esogena. La formazione endogena è notevolmente accelerata dall’ iperglicemia; da tempo, infatti, lo stress carbonilico e l’accumulo tessutale di Age sono riconosciuti come fattori critici nella patogenesi delle complicanze cardiovascolari, renali e oculari del diabete. Le principali fonti esogene di specie carboniliche e Age sono rappresentate dal fumo e dall’alimentazione. Nel secondo caso questi composti sono anche noti come glicotossine alimentari. Numerosi studi suggeriscono un ruolo dello stress carbonilico indotto dalla dieta nell’infiammazione metabolica, nella resistenza all'insulina e nella patogenesi del diabete mellito di tipo 2, dell’aterosclerosi e del cancro.

Quali sono gli alimenti più pericolosi sotto questo profilo?

Una dieta ipercalorica, ricca di zuccheri, grassi e cibi ultra-processati confezionati dall’industria alimentare può contribuire all’accumulo di Age nell’organismo attraverso un aumento sia dell’assunzione di glicotossine alimentari, sia della sintesi endogena di specie carboniliche e Age. L'esposizione degli alimenti a temperature elevate, in particolare al calore secco di griglia, forno, frittura, porta a una rapida produzione di Age, la cui quantità può aumentare di 10-100 volte durante la cottura. Analogamente, le procedure industriali ad alta intensità termica, come la sterilizzazione degli alimenti, contribuiscono significativamente ad aumentare il contenuto di Age. Pertanto, la quantità di Age ingerita dipende strettamente dal tipo di cottura, dal grado di lavorazione industriale, ma anche dal tipo di alimento. Infatti, gli alimenti animali ad alto contenuto di grassi e proteine, come carne rossa, burro e alcuni formaggi, sono più suscettibili alla formazione di Age durante la cottura. Inoltre, i prodotti industriali ultra-processati, come cibi pronti, snack, dolciumi, patatine, creme spalmabili o bibite zuccherate, hanno i più alti livelli di Age.

Quali i suggerimenti dietetici da proporre e quali gli aspetti ancora da chiarire nel prossimo futuro?

La riduzione del consumo di alimenti ricchi di glicotossine si associa a una diminuzione degli Age circolanti e degli indici di infiammazione, stress ossidativo e disfunzione endoteliale, offrendo benefici per la salute cardiometabolica e la prevenzione del cancro. Sono quindi da preferire cibi non trasformati dall’industria alimentare: vegetali, semi, frutti, funghi e prodotti di origine animale più semplici, come uova, latte e carni non lavorate. La cottura deve essere lenta, a calore umido e a basse temperature. Tuttavia, non esistono linee guida sui livelli massimi di assunzione tollerabile di Age e alcuni studi suggeriscono addirittura che il loro contenuto nella dieta potrebbe essere associato, ma non direttamente, all’aumento di Age circolanti. Il livello di stress carbonilico potrebbe in realtà dipendere da altre caratteristiche del pasto, come indice e carico glicemico e contenuto di grassi, che favoriscono la formazione endogena di Age attraverso fluttuazioni postprandiali eccessive di glicemia e lipidemia. In attesa di chiarire l’entità del contributo della componente endogena allo stress carbonilico dieta-correlato, oltre alle raccomandazioni già riportate, si consigliano alimenti ricchi in fibre, a basso indice glicemico e poveri di grassi saturi.

Parkinson, benefici della vitamina D su funzioni cognitive e motorie

La vitamina D come supporto alle terapie in caso di malattia di Parkinson, per rallentare il processo neurodegenerativo, migliorare il controllo motorio e frenare il rischio di caduta. Il suggerimento arriva da un gruppo di ricercatori del dipartimento di Biomedicina, Neuroscienze e Diagnostica avanzata dell’Università di Palermo a seguito di una review della letteratura da loro condotta e pubblicata di recente su Nutrients.

Precedenti ricerche avevano messo in evidenza come un deficit di vitamina D si correlasse a malattie psichiatriche quali, per esempio, depressione, disturbo bipolare e schizofrenia, nonché di tipo neurologico, inclusi disturbi neurodegenerativi come demenza o Parkinson. Da qui l’ipotesi che una correzione possa evitare l'insorgenza della malattia o migliorarne gli esiti clinici.

“Nel nostro lavoro, abbiamo raccolto i dati oggi disponibili sul ruolo della vitamina D in numerose funzioni fisiologiche, dalla modulazione della risposta immunitaria alla regolazione dello sviluppo cerebrale e dei processi di invecchiamento”, sottolineano gli Autori. “La vitamina D ha effetti antiossidanti, riducendo così la formazione di radicali liberi e la progressione del danno neurodegenerativo. Quello che sembra emergere, infatti, è che bassi livelli sierici di 25(OH)D aumentino il rischio di sviluppare il Parkinson, mentre valori più elevati si associano a migliore sintomatologia motoria, in particolare con benefici sul controllo dell'equilibrio e riduzione del rischio di frattura. Sono sicuramente necessari ulteriori studi clinici per stabilire il ruolo della vitamina D nell’insorgenza del Parkinson, sui sintomi motori e non e sulla progressione della malattia. Ancora, peraltro, non è stato dimostrato se un’eventuale integrazione a supporto della terapia farmacologica e riabilitativa possa portare benefici. Tuttavia, considerando i rischi limitati, siamo abbastanza fiduciosi nel ritenere che un’integrazione garantirebbe tre importanti risultati: benefici di salute pubblica, considerando il ruolo della vitamina D nello sviluppo cerebrale e la sua influenza nella patogenesi di molti disturbi neurologici, compreso il Parkinson; azione di rallentamento sulla progressione di alcuni sintomi della malattia; riduzione del rischio di frattura nei parkinsoniani”.

Nicola Miglino

Zinco e immunità: studio sui tumori ematici svela benefici per timo e linfociti T

Uno studio sui tumori ematici, pubblicato su Blood, svela per la prima volta alcuni meccanismi chiave attraverso i quali lo zinco esercita una preziosa funzione sul sistema immunitario. Un gruppo di ricerca del Fred Hutchinson cancer research center di Seattle, da tempo sta cercando di comprendere cosa accade al sistema immunitario dopo chemioterapia o in seguito ai cosiddetti regimi di condizionamento utilizzati prima di un trapianto di cellule staminali. In particolare, l’attenzione va focalizzandosi sui linfociti T e il timo, loro organo di produzione e sviluppo.

Gli scienziati già si erano accorti come bassi livelli di zinco si correlassero a deficit di cellule T e a riduzione del volume del timo, dimostrando come il minerale fosse in grado di facilitare il recupero della funzione immunitaria nei pazienti con mieloma multiplo sottoposti a trapianti di cellule staminali. Non era chiaro, però, perché.

La scoperta giunge da una ricerca su un modello sperimentale in cui si è potuto verificare come anche timi di topo sottoposti a dieta senza zinco si rimpiccioliscono, producendo un numero significativamente inferiore di cellule T mature. In brevissimo tempo, peraltro, ovvero dopo appena tre settimane: senza zinco i linfociti T non possono maturare completamente. Allo stesso modo, trattamenti sui topi simili a quelli sull’uomo prima di un trapianto di staminali, determinano carenza di zinco con deplezione di linfociti T e rallentamento dei tempi di rispristino delle scorte. Al contrario, zinco abbondante consente alle cellule di riprendersi più velocemente: "Con un’integrazione abbiamo ottenuto una più rapida riparazione dei danni causati al timo dalle terapie e una rigenerazione più rapida di linfociti T nel sangue periferico. Ci era, però, ancora poco chiaro il meccanismo”.

L’aspetto sorprendente è stato verificare che lo zinco accumulato nei linfociti T viene liberato nella matrice extracellulare quando questi vengono, per esempio, distrutti dalle terapie, avviando un processo biochimico che attiva il recettore Gpr39 sulle cellule endoteliali inducendole a produrre Bmp4, fattore cruciale per la rigenerazione timica.

Così concludono: “C'è ancora molto da apprendere, prima di poter individuare protocolli da applicare in clinica. I pazienti trapiantati ricevono già diversi integratori minerali e sarebbe importante assicurarsi un adeguato rifornimento di zinco in caso di carenza, benché oggi non si disponga di test soddisfacenti per l’analisi e per la cui messa a punto, però, stiamo lavorando alacremente. L’area di ricerca è di estremo interesse al di là, ovviamente, del campo oncologico, in quanto, per esempio, potrebbe portarci a studiare le ricadute sui processi degenerativi fisiologici del timo legati all’invecchiamento, laddove sappiamo che la funzionalità dell’organo tende a diminuire con l’età esponendoci a maggiori rischi di infezioni”.

Nicola Miglino

Curare l’insonnia potrebbe aiutare a prevenire il diabete

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Curare l’insonnia con degli interventi ad hoc potrebbe aiutare a prevenire e a curare il diabete: infatti soffrire di disturbi del sonno – in particolare avere difficoltà ad addormentarsi e a rimanere addormentati tutta la notte – aumenta il rischio di glicemia alta. Si stima che trattare l’insonnia potrebbe sortire effetti protettivi pari a quelli ottenibili con un intervento anti-diabete specifico, ad esempio dimagrire parecchi chili.

È quanto riferito da esperti della University of Bristol in occasione di un lavoro pubblicato sulla rivista Diabetes Care e condotto per la prima volta con una metodologia ad hoc (la ‘randomizzazione mendeliana’) che consente di stabilire l’esistenza di una relazione di causa ed effetto tra due fenomeni, in questo caso tra insonnia e glicemia alta. Infatti, se già diversi studi avevano sin qui evidenziato una relazione tra insonnia e rischio di diabete, nessuno finora era riuscito a stabilire in che modo i due problemi fossero correlati tra loro e quindi se sia l’insonnia a favorire il diabete o viceversa.

Gli esperti hanno tenuto conto di informazioni fornite da 336.999 adulti il cui Dna è custodito nella biobanca britannica, in merito a diversi tratti relativi al sonno (orario di addormentamento, ore dormite per notte, difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni etc). Gli esperti hanno incrociato tutti questi tratti con dati genetici e così hanno visto che chi è incline, su base genetica, ad avere difficoltà ad addormentarsi e a rimanere addormentato, ha un rischio maggiore di glicemia alta, che rappresenta un importante fattore di rischio per il diabete.

Addirittura gli esperti hanno stimato che un trattamento efficace per l’insonnia potrebbe portare a una riduzione della glicemia maggiore di quella ottenibile con un intervento ad hoc, come ridurre di 14kg il peso di una persona di altezza media. Questo significa che ad esempio nel Regno Unito 27.300 adulti, di 40-70 anni con sintomi di insonnia frequenti potrebbe restare al riparo dal diabete intervenendo sul suo disturbo del sonno, sostengono i ricercatori britannici.

“Ben venga uno studio che dimostri in maniera più robusta, con una nuova metodica più accurata, la relazione tra disturbi del sonno e metabolismo – sostiene in un commento Agostino Consoli, presidente della Società Italiana di Diabetologia, docente di Endocrinologia e direttore del Dipartimento Medicina e Scienze dell’Invecchiamento, Università G. d’Annunzio Chieti – ma, come gli stessi autori affermano, abbiamo bisogno di dati che dimostrino quali strategie possano essere utili a farci contemporaneamente dormire meglio e ridurre il rischio di sviluppare il diabete”. Infatti, conclude, il nesso causa-effetto tra insonnia e glicemia alta individuato in questo studio “non significa che (come ammettono gli stessi autori) ciò che causa i disturbi del sonno (ad esempio depressione, ansia, alterazioni ormonali etc) non sia di per se stesso anche la causa dell’aumentato rischio di diabete”. Serviranno dunque ulteriori studi per fare chiarezza sui meccanismi in gioco verso nuove vie di cura per l’insonnia e di prevenzione del diabete.

Probiotici di precisione per il controllo di peso e appetito

Prove crescenti supportano il ruolo del microbiota intestinale nel controllo del peso corporeo e del comportamento alimentare e con sempre maggiore frequenza la ricerca va prendendo in esame l’azione “di precisione” di ceppi batterici specifici. Ne è un esempio Hafnia alvei HA4597 (HA), un ceppo probiotico che produce una peptidasi omologa alla proteina caseinolitica B, a sua volta identificata come un mimetico conformazionale dell'ormone anoressizzante α-melanocita-stimolante (α-MSH).

In uno studio recente, pubblicato su Nutrients, la somministrazione di questo ceppo ha dimostrato di poter aumentare la sensazione di sazietà nei soggetti a dieta moderatamente ipocalorica e di condurre, quindi a una significativa perdita di peso, con riduzione della circonferenza addominale, della colesterolemia e della glicemia.

Ne abbiamo parlato con uno degli autori, Gregory Lambert, Ceo et Vp Research & Development presso TargEDys, azienda biotecnologica francese specializzata nella ricerca applicata sui probiotici, dal meccanismo d'azione molecolare dei ceppi allo sviluppo dei processi industriali per renderli efficaci a livello clinico.

Dr. Lambert, voi vi occupate di ricerca applicata e progettate uno studio clinico solo se la ricerca di base vi fornisce adeguate evidenze. Perché l’attenzione verso questo specifico ceppo batterico?

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Jama: la qualità del sonno incide su rischio sovrappeso e obesità

Migliorare la qualità del sonno riduce significativamente la quantità di calorie assunte durante la giornata in caso di sovrappeso/obesità. A segnalarlo, uno studio da poco pubblicato su Jama internal medicine, condotto su 80 adulti (51% maschi), di età compresa tra i 21 e i 40 anni, con Bmi tra 25,0 e 29,9.

Si trattava di persone che, mediamente, dormivano 6,5 ore per notte. Dopo due settimane di monitoraggio, per assicurarsi che effettivamente la durata media del riposo notturno fosse di 6,5 ore, i partecipanti sono state divisi in due gruppi: il primo, attraverso un percorso di educazione al sonno, puntava a estendere la durata della dormita notturna mentre il secondo è stato considerato di controllo. Questo l’unico intervento: per il resto, i partecipanti dovevamo, per due settimane, condurre la loro vita consueta, sia in termini di abitudini alimentari che di attività fisica. La durata del sonno veniva misurata mediante l’uso di actigrafo, un sensore posizionato sul polso che consente di registrare i movimenti effettuati dal corpo e valutare indirettamente il sonno notturno. Le calorie introdotte, invece, venivano calcolate sommando la spesa energetica, valutata tramite un test per misurare il consumo metabolico (Doubly Labeled Water) e la variazione delle riserve energetiche calcolata sulla base di peso e composizione corporea (Dexa, Assorbimetria a raggi X a doppia energia).

Innanzitutto, nel gruppo che potremmo definire “attivo” si è ottenuto un allungamento della durata del sonno di 1,2 ore rispetto ai controlli. In aggiunta, lo stesso gruppo ha registrato una riduzione dell’intake calorico giornaliero pari a 270 calorie e una diminuzione statisticamente significativa del peso pari, mediamente, a 0,87 kg. In tutti i partecipanti, la variazione della durata del sonno è risultata inversamente correlata a una variazione dell'intake calorico. I calcoli hanno dimostrato che la riduzione non dipendeva da un maggior dispendio ma proprio da un minor introito.

"I nostri risultati sottolineano una volta di più l'importanza di migliorare la qualità del sonno come obiettivo di salute pubblica per la prevenzione dell'obesità”, commentano gli Autori. “Tra i limiti dello studio, segnaliamo la coorte di adulti in sovrappeso, che non consente di generalizzare le conclusioni ad altre popolazioni più diversificate. La durata, poi, che impedisce previsioni su periodi più lunghi e la mancata analisi di potenziali meccanismi biologici alla base del rapporto tra assunzione di cibo e ritmo circadiano”.

Nicola Miglino

 

Corsa allo iodio, allarme del tutto ingiustificato. Occhio al fai da te

10 Marzo 2022

“Da parte delle Autorità competenti non vi è alcuna indicazione all'approvvigionamento di iodio per un’eventuale minaccia nucleare. Pertanto, la richiesta di medicinali a base di questa sostanza è del tutto ingiustificata”.

Così Andrea Mandelli, presidente Fofi (Federazione degli ordini dei farmacisti italiani) in una nota diffusa nei giorni scorsi sulla scia di notizie circolate sulla stampa che descrivevano anche in Italia un aumento di richieste in farmacia di prodotti contenenti iodio dopo gli allarmi nucleari provenienti dagli echi di guerra in Ucraina.

La stessa Società italiana di endocrinologia, per voce del suo presidente eletto Gianluca Aimaretti, ha tenuto a precisare che “fare la corsa per acquistare integratori a base di iodio non serve. Anzi: può essere dannoso. La profilassi, in questo momento, non è necessaria e semmai dovesse esserlo, non servirebbero gli integratori, bensì farmaci, la cui distribuzione spetterebbe alle Autorità preposte”.

È bene ricordare che tutti gli integratori presenti sul mercato hanno dosaggi di iodio che vanno da 50 a 225 µg. Attualmente, nell’adulto, si consiglia un apporto giornaliero pari a 150 µg, mentre in gravidanza e allattamento sono necessarie quantità superiori, rispettivamente 220 µg/die e 90 µg/die. Valori non difficili da raggiungere con una buona dieta.

La prima avvertenza, dunque, è di non trascurare i possibili effetti collaterali legati a una eccessiva assunzione immotivata di iodio: diarrea, eruzioni cutanee, dolori addominali, reazioni allergiche, iper e ipotiroidismo.

Anche in caso di allarme nucleare, poi, è bene sottolineare che il dosaggio giornaliero da assumere, per limitare i danni da emissione di iodio radioattivo, è pari a ben 130 mg, ottenibili solo con farmaci (non integratori) a base di ioduro di potassio, la cui distribuzione spetterebbe alla Protezione Civile e alle Regioni. (n.m.)

Dolore addominale, bastano acqua e zucchero perché diminuisca

In uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics, il dolore provato da bambini e adolescenti colpiti da sindrome dell'intestino irritabile o dolore addominale funzionale è diminuito con l'assunzione, in pratica, di sola acqua e zucchero.

Un placebo per la precisione, di cui i partecipanti erano consapevoli. Non solo, durante il periodo di "trattamento", rispetto al periodo definito controllo, è diminuito anche l'utilizzo di farmaci di salvataggio. In particolare, quello che i ricercatori hanno utilizzato è un "open-label placebo", cioè un prodotto che si sa essere un placebo. Come si spiega nell'articolo, studi recenti condotti su adulti hanno suggerito che questo tipo di placebo possa portare benefici, ma ricerche simili non erano state ancora effettuate sui più piccoli. Per i ricercatori, i risultati ottenuti suggeriscono che l'open-label placebo possa essere utilizzato per ridurre il dolore e l'uso di farmaci di salvataggio in bambini e adolescenti con dolore addominale funzionale o sindrome dell'intestino irritabile. Nello studio, 30 pazienti tra gli 8 e i 18 anni sono stati randomizzati o ad assumere 1,5 ml del placebo 2 volte al giorno per 3 settimane, per essere poi seguiti per un periodo controllo di ulteriori 3 settimane, oppure al periodo controllo seguito dal periodo in cui hanno assunto il placebo. Tale open-label placebo era un liquido inerte, composto dall'85% da saccarosio, acido citrico, acqua purificata e metilparabene. I ricercatori hanno quindi spiegato ai partecipanti, mediante un protocollo standardizzato, di cosa fosse fatto il placebo e altri aspetti degli studi con placebo. Ebbene, il punteggio del dolore medio si è ridotto in maniera significativa durante il periodo di trattamento rispetto al periodo controllo: su una scala di 100 punti, i valori erano rispettivamente 39,9 e 45, per una differenza di 5,2. Rispetto al periodo in cui hanno assunto l'open-label placebo, nel periodo controllo i partecipanti hanno assunto circa il doppio del farmaco di salvataggio permesso, la iosciamina (2 e 3,8, rispettivamente). Inoltre, oltre il 70% dei ragazzi ha riferito un miglioramento del dolore superiore al 30% con il placebo. Un effetto che basta per soddisfare uno dei criteri della Food and Drug Administration per l'approvazione dei farmaci per la sindrome dell'intestino irritabile. La metà dei partecipanti ha dichiarato che il dolore si era ridotto di oltre il 50%.

Comunque, per il primo autore Samuel Nurko, del Boston Children's Hospital, l'open-label placebo non è ancora pronto per un uso diffuso. Prima è necessario capire i meccanismi alla base della sua efficacia.

JAMA Pediatr 2022. doi:10.1001/jamapediatrics.2021.5750.
https://doi.org/https://doi.org/10.1001/jamapediatrics.2021.5750

https://www.lattendibile.it/wp-content/uploads/2018/11/Guida-UNC-Assolatte.pdf

Omega-3 e vitamina D, efficaci su malattie autoimmuni. Poli (Nfi): confermati effetti antinfiammatori

Gli omega-3 e la vitamina D hanno funzioni ben note e accertate da evidenze scientifiche nella modulazione dei processi infiammatori coinvolti in particolare nelle malattie autoimmuni, come confermato da un lavoro scientifico presentato all'ultimo congresso annuale dell'American College of Rheumatology e recentemente pubblicato sul British Medical Journal. A tornarci per commentare nel dettaglio i risultati è Andrea Poli, Presidente di NFI - Nutrition Foundation of Italy.

Lo studio Vital, lo si ricorda, nasce nell'ambito di un grande trial randomizzato e controllato, che ha valutato gli effetti della vitamina D3 da sola o in combinazione con gli omega-3 a lunga catena sull'incidenza di eventi di natura cardiovascolare o tumorale. Circa 26.000 partecipanti dell'età media di 67 anni sono stati randomizzati ad un trattamento con vitamina D3 (2000 IU/die) e/o omega-3 a lunga catena (1000 mg/die) o un placebo, con un follow-up mediano di 5,3 anni. Gli autori hanno valutato l'eventuale differenza nella comparsa di malattie autoimmuni tra i gruppi randomizzati ai diversi trattamenti sperimentali testati. Il presupposto teorico di questo sotto studio nasce dal fatto che sia gli omega-3 e sia la vitamina D3 sono stati associati, negli studi osservazionali, ad una ridotta incidenza di queste patologie.

L'importante ruolo della vitamina D3 e degli omega-3 è stato anche indagato in una recente review a firma di Andrea Poli, dal titolo "Stile di vita, alimentazione e integrazione nell'epoca del Covid-19. Lo stato dell'arte", pubblicata sul sito Integratori e Benessere di Integratori Italia.
"Innanzitutto - spiega l'esperto - gli omega-3 hanno funzioni ormai ben note nella risoluzione di processi infiammatori grazie alla loro attività "resolvinica". Gli acidi grassi omega-3 a lunga catena (EPA e DHA) presenti nel sito dell'infiammazione, infatti, vengono convertiti enzimaticamente in sostanze quali resolvine, maresine e protectine, specializzate nella risoluzione dell'infiammazione stessa".
"Altrettanto accertato anche l'effetto di modulazione della vitamina D su questi fenomeni - continua Poli - Questa vitamina, infatti, facilita la differenziazione dei monociti in macrofagi e aumenta la loro capacità di uccidere i batteri, modula la produzione di citochine infiammatorie e facilita l'esposizione dell'antigene, importante per attivare la produzione di anticorpi specifici. Molte cellule immunitarie sono infatti dotate di recettori per la vitamina D che ne condizionano la funzione quando attivati".

Considerando complessivamente l'efficacia dell'intervento, si è osservato che nei tre bracci di trattamento attivo (vitamina D3 da sola, omega-3 da soli, o la combinazione di questi due principi attivi) l'incidenza delle patologie autoimmuni (l'artrite reumatoide, la polimialgia reumatica, le malattie autoimmuni della tiroide, la psoriasi) si era ridotta del 15-22% rispetto al gruppo trattato con i placebo.
"I risultati dello studio - commenta ancora Poli - sono di evidente interesse, alla luce del fatto che le patologie autoimmuni considerate, per la loro cronicità, hanno un forte impatto sulla qualità della vita delle persone colpite e dei loro caregivers, oltre che sul sistema sanitario per i costi sanitari e sociali di rilievo che esse generano".
Il lavoro scientifico, condotto con metodologia rigorosa (essendo basato su uno studio randomizzato e controllato), suggerisce quindi la capacità della vitamina D3 e degli omega-3 a lunga catena di influenzare in modo favorevole la comparsa o l'evoluzione di patologie assai diverse, caratterizzate da una non corretta interazione tra il sistema immunitario dell'organismo e fattori scatenanti esterni.
"Esso ci ricorda - conclude Poli - che utilizzata secondo modalità dirette e basate sull'evidenza scientifica, l'integrazione dietetica può ottenere risultati di grande interesse clinico e pratico, a tutt'oggi solo in parte accertati".

Malattie infiammatorie croniche, ecco le raccomandazioni sull'alimentazione

Su Joint Bone Spine sono state pubblicate le raccomandazioni della Società Francese di Reumatologia sull'alimentazione rivolte ai pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche.

Un'idea nata dalla pratica clinica, come ha sottolineato Jérémie Sellamm, dell'Hospital Saint-Antoine di Parigi, uno dei coordinatori del lavoro. «Constatiamo che all'annuncio della diagnosi di poliartrite o la spondiloartrite i pazienti iniziano a sperimentare diverse alimentazioni. Molti iniziano diete di esclusione ed esperimenti di ogni sorta dal punto di vista dell'alimentazione» ha affermato, spiegando come fino ad ora le informazioni si trovavano disseminate in letteratura e che, quando si trattava di dare consigli ai pazienti, i reumatologhi sono stati lasciati soli. È possibile quindi che i pazienti che non ritrovano una guida nei loro medici, cerchino su siti online le informazioni, con qualità non verificata. Il gruppo di lavoro, costituito da reumatologi, dietisti e medici nutrizionisti, ha così condotto una revisione sistematica della letteratura e redatto una dichiarazione contenente 8 principi generali e 9 raccomandazioni. In base al primo principio, per esempio, un intervento alimentare non deve andare a sostituire il trattamento farmacologico. «Ad oggi posso dire che un'efficacia strutturale non è stata provata per nessuna dieta e nessun integratore alimentare. Quindi l'intervento alimentare può rivelarsi interessante in pazienti con malattie reumatiche infiammatorie croniche, ma deve esserci il trattamento farmacologico». Un concetto ripreso da un altro principio generale è relativo al coinvolgimento dei pazienti nella propria cura, possibile proprio con un intervento alimentare. Tra le raccomandazioni, gli esperti insistono sulla perdita di peso e sull'accompagnamento alla perdita di peso, senza parlare di dieta che ha un inizio e una fine e al termine della quale i pazienti possono riprendere il peso perso. Un accompagnamento invece ne permetterebbe un controllo a lungo termine. Come ha sottolineato Sellamm, c'è un legame tra l'obesità e il rischio di artrite reumatoide e di artrite psoriasica.
«L'obesità, inoltre, aumenta l'attività della malattia» ha affermato, entrando nei dettagli e illustrando poi i risultati di alcuni studi e i passi da compiere per aiutare i pazienti. Sono presenti anche 2 raccomandazioni "positive" che in un certo senso si sovrappongono - una sulla dieta mediterranea, l'altra che riguarda l'integrazione di omega 3 - così come raccomandazioni "negative", con le quali si sottolinea il rischio di carenze di quei pazienti che evitano alcuni alimenti.

Intervista Jérémie Sellamm
https://francais.medscape.com/voirarticle/3607508

Joint Bone Spine 2022. Doi: 10.1016/j.jbspin.2021.105319.
https://doi.org/10.1016/j.jbspin.2021.105319

Con la restrizione calorica la salute migliora. Lo studio di Science

Per la prima volta, uno studio mostra gli effetti benefici di una restrizione calorica negli esseri umani. Nel trial, dal nome CALERIE e pubblicato su Science, viene anche identificato un gene che produce una proteina che potrebbe essere sfruttata per migliorare la salute umana.

Come ha spiegato Vishwa Deep Dixit, della Yale School of Medicine negli Stati Uniti, lo studio mostra come una semplice riduzione delle calorie, e nessuna dieta specifica, abbia un effetto notevole in termini di biologia e possa spostare lo stato immuno-metabolico in una direzione protettiva della salute umana. «Quindi penso che ciò dia speranza da un punto di vista della salute pubblica» ha affermato l'ultimo firmatario dello studio. In particolare, è stato chiesto a una parte dei 200 partecipati alla ricerca, di ridurre il proprio apporto calorico del 14%. Il resto invece ha continuato secondo le proprie abitudini. Mediante risonanza magnetica, si è andati poi a studiare le possibili differenze funzionali riguardanti il timo, una ghiandola che produce le cellule T e che "invecchia" a una velocità maggiore rispetto agli altri organi. Dopo 2 anni, nei partecipanti che avevano limitato le calorie, il timo aveva un volume funzionale maggiore e una parte grassa minore. In pratica, le cellule T prodotte erano di più rispetto all'inizio dello studio. «Il fatto che questo organo possa essere ringiovanito è, a mio avviso, straordinario poiché ci sono pochissime prove che questo accada negli esseri umani» ha affermato Dixit. Nelle cellule immunitarie prodotte non si sono rilevati cambiamenti nell'espressione genica, evidenziati invece a livello del tessuto adiposo, i quali iniziavano a un anno dall'inizio della restrizione calorica e che si mantenevano nei 2 anni. Gli autori hanno poi scoperto che il gene PLA2G7 era inibito in maniera significativa a seguito della restrizione calorica, suggerendo che l'omonima proteina potrebbe essere collegata all'effetto di questa limitazione. Per testare l'ipotesi, sono stati utilizzati topi di laboratorio, nei quali una soppressione di PLA2G7 ha portato a una ridotta lipoatrofia timica, alla protezione contro l'infiammazione correlata all'età, alla ridotta attivazione dell'inflammasoma NLRP3 e al miglioramento della salute metabolica.

«Questi risultati dimostrano che PLA2G7 è uno dei driver degli effetti della restrizione calorica» ha affermato Dixit. «Identificare questi driver ci aiuta a capire come il sistema metabolico e il sistema immunitario parlano l'uno con l'altro, che può indicarci i target potenziali che possono rafforzare la funzione immunitaria, ridurre l'infiammazione e potenzialmente perfino migliorare la durata di vita in buona salute» ha continuato.

Science 2022. DOI: 10.1126/science.abg7292.
https://doi.org/10.1126/science.abg7292

Science 2022. DOI: 10.1126/science.abn6576.
https://doi.org/10.1126/science.abn6576

Il segreto per dimagrire è dormire bene

Dormire bene è il primo passo da fare se si vuole dimagrire. Lo suggerisce uno studio della University of Chicago Medical Center, pubblicato oggi su Jama Internal Medicine, che ha osservato come per le persone che dormono poco l’aumento di ore di sonno e’  associato a una riduzione dell’apporto calorico durante il giorno.

Lo studio ha preso in esame 80 adulti in sovrappeso che dormivano abitualmente meno di 6 ore e mezza per notte. Dopo una sessione personalizzata di educazione al sonno, i partecipanti erano riusciti a raggiungere 8 ore e mezza di sonno. I ricercatori hanno osservato che con questo semplice cambiamento i partecipanti riducevano l’apporto calorico quotidiano di 270 kcal al giorno. Alcuni di loro addirittura di 500 calorie. Questo accadeva senza che i partecipanti avessero cambiato le loro abitudini alimentari, solo migliorando il sonno. “Se gli effetti si mantenessero nel lungo periodo, si tradurrebbe in circa 12 kg di perdita di peso in tre anni”, osservano i ricercatori.

“Altri studi, nel corso degli anni, hanno dimostrato come dormire poco abbia un effetto sulla regolazione dell’appetito, portando a un un aumento dell’assunzione di cibo. Ci siamo quindi chiesto se potesse avvenire il contrario?”, ha spiegato Esra Tasali, direttrice del Chicago Sleep Center della University of Chicago Medicine. L’aspetto più sorprendente dello studio, secondo la ricercatrice, risiede nel fatto che i cambiamenti sono avvenuti dopo una sola sessione di consulenza sul sonno. “Abbiamo semplicemente istruito ogni individuo sulle buone regole per dormire bene, fornendo consigli su misura”, spiega Tasali, che evidenzia come “limitare l’uso di dispositivi elettronici prima di coricarsi sia apparso come un intervento chiave”.

I probiotici possono essere utili nel trattamento della dermatite atopica

Secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Nutrition, bambini e adolescenti affetti da dermatite atopica hanno presentato una risposta clinica significativa dopo sei mesi di trattamento con una miscela di probiotici, composta da Lactobacillus rhamnosus, Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus paracasei e Bifidobacterium lactis.

“Abbiamo cercato di valutare l’efficacia clinica di una miscela di probiotici in bambini e adolescenti con dermatite atopica e gli effetti su sensibilizzazione, infiammazione e tolleranza immunologica” spiega Paula Danielle Santa Maria Albuquerque de Andrade, della University of São Paulo, Brasile, prima autrice dello studio.

I ricercatori hanno arruolato 60 pazienti di età compresa tra sei mesi e 19 anni con dermatite atopica lieve, moderata o grave, secondo i criteri proposti da Hanifin e Rajka. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere per sei mesi un grammo al giorno di probiotici o placebo. L’esito primario era una diminuzione dell’indice SCORAD, mentre gli esiti secondari erano la valutazione del ruolo dei probiotici sull’uso di farmaci topici e orali, i livelli sierici di IgE, il prick test cutaneo (SPT) e le citochine tolerogeniche e infiammatorie. La terapia di base è stata mantenuta.

Lo studio è stato completato da 40 pazienti (24 con probiotici, 16 con placebo). Dopo un trattamento di sei mesi, la risposta clinica è stata significativamente migliore nel gruppo gestito con probiotici; lo SCORAD è diminuito, anche dopo aggiustamento per co-variabili, soprattutto dal terzo mese di trattamento in poi. La riduzione dello SCORAD nel gruppo probiotico è persistita per altri tre mesi dopo l’interruzione del trattamento, anche dopo aggiustamento per co-variabili. I pazienti nel gruppo dei probiotici hanno richiesto immunosoppressori topici meno frequentemente a sei e nove mesi. Non sono state riscontrate variazioni significative per i livelli di IgE, SPT e citochine.

“I probiotici dovrebbero essere considerati come un trattamento adiuvante per la dermatite atopica” concludono gli autori.

Front Nutr. 2022 Jan 26;8:833666. doi: 10.3389/fnut.2021.833666. eCollection 2021

Propoli, oltre l’azione sul tratto respiratorio

La propoli si sta dimostrando una buona alternativa per il trattamento dell'ulcera gastrica indotta da Fans (Farmaci antinfiammatori non steroidei). Attualmente, le applicazioni includono, tra gli altri, preparati per il trattamento di malattie del tratto respiratorio superiore, raffreddore e infezioni simil-influenzali. La propoli, inoltre, è nota per stimolare il fattore di crescita endoteliale vascolare nonché per incentivare la proliferazione cellulare, motivo per cui è stata utilizzata nel trattamento di ferite cutanee, gengiviti e stomatiti. In linea con ciò, gli estratti etanolici di propoli hanno mostrato effetti antinfiammatori e cicatrizzanti sulle ferite orali. 

L'attività antinfiammatoria è ampiamente studiata e legata al contenuto di flavonoidi, composti che hanno valore farmacologico perché in grado di prevenire la formazione di ulcere gastriche attraverso azioni antiossidanti e antisecretorie.

Da ciò, l’impiego in associazione ai Fans in chiave di prevenzione delle ulcere gastriche ha un razionale interessante. La propoli brasiliana e quella messicana hanno evidenziato la capacità di diminuire l'infiltrazione neutrofila a livello istologico così come il livello di citochine proinfiammatorie.

In entrambi i casi, la propoli si è dimostrata in grado di ridurre i livelli di Tnf-α e Il-1β indipendentemente dalla via di somministrazione utilizzata negli studi, rispettivamente orale e intraperitoneale.

Inoltre, la propoli messicana riduce il livello di Il-6 e la concentrazione di metalloproteasi nel tessuto gastrico, un enzima secreto e localizzato nei neutrofili attivati ​​e, perciò, associato all'infiltrazione di neutrofili nei tessuti.

Nel caso della propoli rossa brasiliana, il fitoestrogeno formononetina, un isoflavone metilato presente nella composizione chimica, ha la capacità di ridurre l'infiltrazione dei neutrofili, il che suggerisce un effetto immunomodulatore nel rilascio di citochine a livello gastrico mucosa. La prova di ciò arriva da uno studio che ha dimostrato la sua capacità di ridurre anche l'infiltrazione di neutrofili. Lo stesso Cape, un componente della propoli verde e danese, ha una potente e specifica inibizione dell'attivazione di Nf-κB.

In uno studio del 2020 le dosi di 250 e 500 mg/kg di propoli rossa sono state efficaci nel ridurre l'ulcera gastrica prodotta dalla somministrazione orale di indometacina (100 mg/kg) con percentuali di inibizione rispettivamente dell'87,34% e del 100%. In questo studio, la propoli rossa è stata analizzata mediante Hplc e gli autori hanno riportato che il componente principale del campione di propoli fosse proprio la formononetina, che presentava anche la capacità di inibire il 100% dell'ulcerazione indotta da una dose di indometacina di 10 mg/kg. 

Sebbene attualmente vi siano poche prove sull'attività gastroprotettiva dei pazienti ricoverati, esistono invece studi clinici sugli effetti antiossidanti.

È il caso di una ricerca che ha riportato l'effetto antiossidante della propoli somministrata giornalmente per 30 giorni a donne e uomini sani. Secondo gli autori, l'effetto sembra essere correlato al tempo e al genere poiché la popolazione maschile riduce la propria perossidazione lipidica e aumenta l'attività dell'enzima Sod, mentre quella femminile non registra alcun cambiamento.

Un altro studio ha evidenziato, su persone sane, la capacità di un estratto standardizzato di propoli di aumentare significativamente la capacità enzimatica antiossidante, senza però indicazioni sulla correlazione con il genere.

Un limite della ricerca sulla propoli è il fatto che esiste un'elevata variabilità nella composizione chimica poiché la zona geografica, l'origine della pianta, la stagione di raccolta, le specie di api e i solventi utilizzati nell'estrazione influenzano direttamente i componenti chimici presenti nella propoli. Tutti questi fattori rendono difficile la standardizzazione dei metodi estrattivi e analitici.

Silvia Ambrogio

Bibliografia

  • Propolis andi gastroprotective effects on Nsaid-induced gastric ulcer disease: a systematic review. Nutrients 2021, 13(9), 3169
  • Role of the antioxidant properties in the gastroprotective and gastric healing activity promoted by brazilian green propolis and the healing efficacy of Artepillin C. Inflammopharmacology 2019, 28, 1009–1025.
  • Anti-ulcerogenic effect of aqueous propolis extract and the influence of radiation exposure. Int. J. Radiat. Biol. 2011, 87, 1045–1051.

Parkinson: benefici dei flavonoidi sulla sopravvivenza dei malati

Il consumo di flavonoidi potrebbe presto rivelarsi un’arma efficace nel riduce il rischio di mortalità nei malati di Parkinson, secondo quanto emerso da uno studio pubblicato di recente su Neurology.

“Già un nostro studio precedente aveva messo in evidenza una minore incidenza di malattia tra chi seguiva una dieta ricca di flavonoidi”, affermano gli “Autori. “Questo ci ha spinto a verificare quanto questo tipo di approccio fosse in grado di aumentare la sopravvivenza dei malati”.

Il Parkinson non è considerato, come noto, malattia mortale, mentre il rischio aumenta notevolmente in virtù delle complicanze correlate.

Ecco così che i ricercatori hanno preso in esame i dati alimentari, ricavati tramite questionario, di 599 donne e 652 uomini afferenti rispettivamente al Nurses’ health study e all’Health professionals follow-up study, lungo un follow-up complessivo di 32 anni. Il consumo totale di flavonoidi è stato calcolato moltiplicandone il contenuto negli alimenti dichiarati per la frequenza di consumo.

Dopo la correzione di fattori potenzialmente confondenti come l'età piuttosto che altri correlati alla dieta quali le calorie totali consumate o la qualità complessiva del regime alimentari, i dati hanno rivelato, nel percentile a maggior consumo di flavonoidi (673 mg/die), una probabilità di sopravvivenza del 70% maggiore rispetto al percentile a consumo più basso (134 mg/die).

L’analisi è scesa anche nei dettagli dei singoli flavonoidi: per le antocianine (vino rosso e frutti di bosco), il gruppo a consumo maggiore aveva, rispetto a quello più scarso, un rischio ridotto del 66%, mentre per i flavan-3-oli (mele, tè e vino) del 69%.

Ovviamente si tratta di uno studio osservazionale, ma i ricercatori si sono spinti ad addurre alcune plausibili spiegazioni a questi risultati: "I flavonoidi sono molecole antiossidanti”, dice Xinyuan Zhang, nutrizionista alla Penn University e prima firma dello studio. “È quindi è possibile che siano in grado di ridurre lo stato di neuroinfiammazione cronica, nonché di interagire con le attività enzimatiche e rallentare la perdita di neuroni, proteggendo così il soggetto dal declino cognitivo e dalla depressione, entrambi associati a un rischio di mortalità più elevato. L’auspicio è che studi futuri possano aiutarci a scoprire i meccanismi esatti di interferenza, così da mettere a punto interventi mirati nei soggetti colpiti dalla malattia”.

Bmj: Vitamina D e Omega-3 efficaci nel prevenire malattie autoimmuni

Integratori di Vitamina D e Omega-3 contro il rischio di sviluppare una malattia autoimmune. L’opportunità scaturisce da uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco, controllato vs placebo, condotto negli Stati Uniti e pubblicato nei giorni scorsi sul British medical journal.

La ricerca ha reclutato 25.871 partecipanti, di età media pari a 67 anni, divisi equamente tra uomini e donne. Questi i bracci di trattamento, seguiti per poco più di 5 anni: vitamina D (2.000 UI/die) vs placebo; Omega-3 (1.000 mg/die) vs placebo.

Per tutta la durata del trial, si è registrata l’incidenza di una qualsiasi malattia di carattere autoimmune, dall’artrite reumatoide, alla psoriasi, a patologie tiroidee, per fare alcuni esempi. La diagnosi doveva essere confermata da una cartella clinica. Senza questa documentazione di supporto, il caso veniva classificato come “probabile”.

I risultati finali raccontano di 123 casi nel gruppo vitamina D rispetto ai 155 nel gruppo placebo, con riduzione del rischio relativo (Rr) del 22%. Nel gruppo Omega-3, invece, sono stati diagnosticati 130 casi rispetto ai 148 del gruppo placebo: una riduzione del Rr pari al 15%, non statisticamente significativa. Quando, però, si sono conteggiati anche i “probabili”, il gruppo Omega-3 ha fatto registrare una riduzione del Rr pari al 18%, un dato, questa volta, statisticamente significativo, con un effetto più marcato quanto più a lungo è stato il periodo di assunzione dell’integrazione.

Analizzando soltanto gli ultimi tre anni dello studio, il gruppo con vitamina D ha registrato il 39% di casi in meno rispetto al placebo, quello con Omega-3, il 10%.  

“Si tratta di un’evidenza di estrema rilevanza clinica, dato che parliamo di sostanze sicure e considerato che non sono noti, al momento, interventi in grado di ridurre l’incidenza delle malattie autoimmuni", commentano gli Autori.

“Il nostro è uno studio su un campione di ampie dimensioni, di lunga durata e che ha registrato un’elevata compliance. Tra i limiti, segnaliamo il fatto di avere testato un solo dosaggio e che i risultati sarebbero da confermare in una popolazione più giovane. Detto ciò, però, possiamo sicuramente affermare che l’impiego di vitamina D e acidi grassi Omega-3 per cinque anni negli anziani è in grado di ridurre l'incidenza di malattie autoimmuni, con effetti più pronunciati dopo i primi due anni”.

Nicola Miglino

 

Cena subito prima di coricarsi? Attenzione alla glicemia

Cenare subito prima di andare a dormire la sera, quando i livelli di melatonina sono alti, disturba il controllo della glicemia, specialmente nelle persone che hanno una variante genetica del recettore della melatonina (il Mtnr1b), che è stato collegato a un rischio elevato di diabete di tipo 2. A dirlo è una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Diabetes Care da un gruppo di lavoro del Massachusetts General Hospital, del Brigham and Women’s Hospital e della spagnola Università di Murcia.

Allo studio hanno partecipato 845 persone. Gli studiosi hanno analizzato il codice genetico di ciascuna persona all’interno del gene del recettore della melatonina-1b (Mtnr1b) perché ricerche precedenti avevano collegato una sua variante con un rischio elevato di diabete di tipo 2. Il team ha scoperto che i livelli di melatonina nel sangue dei partecipanti erano 3,5 volte più alti dopo la cena fatta più a ridosso dell’ora di andare a dormire. Quell’orario ha anche comportato livelli di insulina più bassi e livelli di zucchero nel sangue più elevati. A fine cena, i partecipanti con l’Mtnr1b avevano livelli di zucchero nel sangue più elevati rispetto a quelli senza questa variante genetica.

“Abbiamo scoperto che mangiare tardi ha disturbato il controllo della glicemia nell’intero gruppo. Inoltre, questo controllo alterato del glucosio è stato osservato principalmente nei portatori di varianti di rischio genetico”, afferma l’autrice principale del lavoro, Marta Garaulet, docente di fisiologia e nutrizione nel Dipartimento di Fisiologia dell’Università di Murcia. Gli esperimenti hanno rivelato che gli alti livelli di melatonina e l’assunzione di carboidrati associati alla cena tardiva alterano il controllo della glicemia a causa di un difetto nella secrezione di insulina. Gli autori osservano che per la popolazione generale può essere consigliabile astenersi dal mangiare per almeno un paio d’ore prima di coricarsi.

La restrizione calorica migliora l'efficacia delle difese immunitarie contro il cancro

Da uno studio pubblicato su Cancer Discovery e firmato da ricercatori dell'Istituto nazionale dei tumori (Int) in collaborazione con l'Istituto Firc di Oncologia molecolare (Ifom), entrambi a Milano, con il supporto economico di Fondazione Airc, emerge che la restrizione calorica aiuta a combattere il cancro attivando il sistema immunitario. Svolto su 101 pazienti affetti da neoplasie quali tumori della mammella, del colon e del polmone, il lavoro dimostra che la dieta ipoglicemizzante basata su una restrizione calorica severa ciclica ottenuta con verdure, pane integrale, olio extravergine di oliva, frutta fresca e secca in quantità limitate e prestabilite è sicura, ben tollerata e associata ad effetti biologici positivi se effettuata sotto supervisione medica. Analizzando campioni di sangue prelevati prima e dopo i 5 giorni di dieta, Licia Rivoltini, che dirige l'Unità di immunoterapia dei tumori, ha scoperto che la dieta aumenta la presenza nel sangue di linfociti T citotossici e cellule Natural Killer, potenzialmente in grado di riconoscere e uccidere le cellule tumorali. «Il risultato più rilevante di questo studio consiste nella scoperta che uno specifico schema di dieta seguito ogni 3-4 settimane non solo è stato ben tollerato, ma ha anche attivato cellule immunitarie che svolgono un ruolo nel riconoscere e uccidere le cellule neoplastiche» afferma Claudio Vernieri, oncologo medico dell'Int e direttore del programma sperimentale di "Riprogrammazione metabolica dei tumori solidi" all'Ifom. «Verosimilmente lo 'shock' metabolico indotto dalla dieta incrementa e attiva tali cellule, facilitandone lo spostamento dal sangue all'interno del tumore dove potrebbero riconoscere ed eliminare in modo più efficiente le cellule tumorali. Questi dati, se validati da casistiche più ampie, potranno essere il presupposto anche per combinare la dieta ipoglicemizzante con farmaci immunoterapici in futuri studi sperimentali» riprende Vernieri. E Filippo de Braud, direttore del Dipartimento di oncologia ed ematologia dell'Int e professore ordinario all'università di Milano, conclude: «I risultati di questo studio sono incoraggianti per lo sviluppo futuro di questa strategia sperimentale perché dimostrano che la dieta ipoglicemizzante è sicura, fattibile e associata a un recupero del peso nella maggior parte dei pazienti oncologici trattati».

Cancer Discovery 2021. Doi: 10.1158/2159-8290.CD-21-0030
http://doi.org/10.1158/2159-8290.CD-21-0030

Disturbi alimentari, dall'Iss la mappatura dei centri Ssn. Ecco il quadro

Sono 91 i centri che operano in Italia per curare i disturbi alimentari nelle strutture sanitarie pubbliche. Oltre la metà sono al Nord e assistono soprattutto ragazze (sono il 90% dei pazienti), le più colpite in assoluto prima di tutto da anoressia, poi da bulimia e binge drinking. Il 59% degli utenti hanno tra i 13 e 25 anni di età, ma ci sono anche bambini con meno di 12 anni (sono il 6%). Arriva la prima mappatura dei centri del SSN realizzata dall'Iss: una piattaforma online, interattiva e aggiornabile in tempo reale, dove sono censiti tutti i centri dedicati alla cura dei disturbi del comportamento alimentare, che durante la pandemia hanno avuto una recrudescenza assieme a molti altri disturbi mentali. Il risultato è stato raggiunto attraverso il progetto MA.NU.AL che il ministero della Salute, nell'ambito delle Azioni Centrali del CCM, ha affidato al Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell'Istituto Superiore di Sanità. Dal 2022 il censimento coinvolgerà anche le strutture private accreditate.

Al 31 dicembre 2021 la mappatura conta 91 strutture su tutto il territorio nazionale: 48 centri al Nord (di cui 16 in Emilia-Romagna), 14 al Centro Italia e 29 tra Sud e Isole. Sono 963 i professionisti che lavorano nei centri, tutti formati e aggiornati: soprattutto psicologi (24%), psichiatri o neuropsichiatri infantili (17%), infermieri (14%) e dietisti (11%). Sono inoltre presenti gli educatori professionali (8%), i medici di area internistica e pediatri (5%), i medici specialisti in nutrizione clinica e scienza dell'alimentazione (5%), i tecnici della riabilitazione psichiatrica (3%), gli assistenti sociali (2%) ed infine i fisioterapisti (1%) e gli operatori della riabilitazione motoria (1%). Risultano in carico al 65% dei Centri censiti oltre 8000 utenti. Poco meno di tremila sono in carico da più di 5 anni e soltanto nell'ultimo anno di riferimento (2020) hanno effettuato una prima visita circa 4700 pazienti. Rispetto alle più frequenti diagnosi l'anoressia nervosa è rappresentata nel 42,3% dei casi, la bulimia nervosa nel 18,2% e il disturbo di binge eating nel 14,6%. I percorsi prevedono interventi psicoterapeutici (100%), psicoeducativi (99%), nutrizionali (99%), farmacoterapico (99%), di monitoraggio della condizione psichico-fisico-nutrizionale (99%) e di abilitazione o riabilitazione fisica e sociale (62%).Gli interventi psicoterapeutici comprendono approcci individuali (98%), familiari (78%) e di gruppo (66%). Le prestazioni vengono generalmente erogate con ticket sanitario (78%) ma possono essere fornite anche gratuitamente (29%) o essere erogate in regime di intramoenia (9%). Quasi tutti i Servizi censiti rilevano l'esordio della patologia (98%), il tempo trascorso tra l'esordio e la presa in carico del paziente (97%) ed eventuali trattamenti pregressi (98%). I Centri censiti propongono percorsi terapeutici soprattutto di tipo specialistico (92%) ma anche intensivi ambulatoriali o semiresidenziali (62%), mentre la riabilitazione intensiva residenziale è offerta nel 17% delle strutture. «Il progetto - dice Roberta Pacifici responsabile del Centro Nazionale Dipendenze e doping dell'ISS - nasce con lo scopo di offrire una mappa delle risorse presenti sul territorio e della loro offerta assistenziale, per facilitarne conoscenza e accesso. L'emergenza pandemica, inoltre, ha avuto effetti

pesanti sulle persone che soffrono di tali disturbi amplificando la problematica. Consapevoli degli ulteriori disagi che tale emergenza sanitaria ha causato ai pazienti e ai loro familiari, il Ministero della Salute e l'Istituto Superiore di Sanità hanno ritenuto fondamentale la disponibilità di un primo riferimento».

Covid-19, alterazioni del microbioma intestinale sono correlate alle complicanze a lungo termine. Ecco quali

Uno studio pubblicato su Gut ha fornito prove osservazionali di alterazioni della composizione del microbioma intestinale in pazienti con complicanze a lungo termine di COVID-19. «Le complicazioni a lungo termine dopo COVID-19 sono comuni, ma la potenziale causa di sintomi persistenti dopo l'eliminazione del virus rimane poco chiara. Per questo abbiamo valutato se la composizione del microbioma intestinale fosse collegata alla sindrome post-acuta COVID-19 (PACS), o long COVID, definita come almeno un sintomo persistente a quattro settimane dopo l'eliminazione del virus SARS-CoV-2» afferma Siew Ng, della Chinese University of Hong Kong, che ha diretto il gruppo di lavoro.


I ricercatori hanno condotto uno studio prospettico su 106 pazienti con COVID 19 grave seguiti dal ricovero e fino a sei mesi e 68 controlli non COVID-19. Hanno quindi analizzato il microbioma fecale seriale di 258 campioni utilizzando il sequenziamento metagenomico e hanno correlato i risultati con sintomi persistenti.
Ebbene, a sei mesi, il 76% dei pazienti presentava il long COVID, e i sintomi più comuni erano affaticamento, scarsa memoria e caduta dei capelli. Il microbioma intestinale dei pazienti con PACS era caratterizzato da livelli più elevati di Ruminococcus gnavusBacteroides vulgatus e livelli più bassi di Faecalibacterium prausnitzii. La composizione del microbiota intestinale al momento del ricovero era associata alla comparsa di PACS, e i pazienti senza PACS hanno mostrato un recupero del profilo del microbioma intestinale a sei mesi, paragonabile a quello dei controlli senza COVID-19. I sintomi respiratori persistenti erano correlati ai patogeni intestinali opportunistici, mentre i sintomi neuropsichiatrici e l'affaticamento erano correlati ai patogeni intestinali nosocomiali, inclusi Clostridium innocuum e Actinomyces naeslundii. I batteri produttori di butirrato, inclusi Bifidobacterium pseudocatenulatumBifidobacterium pseudocatenulatum e Faecalibacterium prausnitzii, hanno mostrato le maggiori correlazioni inverse con PACS a sei mesi. Ulteriori studi dovrebbero valutare se la modulazione del microbiota possa facilitare il tempestivo recupero dal long COVID.

Gut 2022. Doi: 10.1136/gutjnl-2021-325989
http://doi.org/10.1136/gutjnl-2021-325989

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